Lucidità

Dicono che la bugia più comune sia: “sto bene”. E’ vero. Epperò quando incontri qualcuno che vive più o meno la tua stessa situazione tutto cambia, non devi recitare, non devi dare spiegazioni e ti senti incredibilmente leggera. Sollevata da un grosso peso. Perché essere se stessi ai tempi dei social network non è semplice, ci mettiamo in vetrina insieme alle nostre frasi (s)fatte e ci costruiamo un personaggio. Diventiamo il pubblico parlante di Maria De Filippi e ci prendiamo la libertà di dire quel che ci pare, come ci pare. L’ego è solleticato dai pollici in alto verso il cielo, l’orgoglio viene ferito dagli spolliciatori compulsivi peggio dei troll. Poi “niente paura ci pensa la vita mi han detto così” ed ecco che inciampi, cadi, e ti rompi pure il pollice per fregar tutti, rialzarti, e dire “sto bene”. Si vive alla giornata e si dipingono le pareti del tunnel chiamato solitudine come viene, un po’ come le pietregufe. Potrei scrivere una guida: «Umanità mi stai sul kazoo – Altolà all’ipocrisia stobeneista». Al momento mi sto attrezzando per scrivere altro però. Abbandonate le velleità scribacchine e trullallero trullallà, che vabbene inseguire i propri sogni, ma quando son loro che ti inseguono come i cani delle zone residenziali quando fai jogging è meglio darsi allo Zumba Wii; abbandonata anche la bic nera e i foglietti sparsi che danno un tono ma la carta passa un giovedì sì e uno no e il secchio si riempie troppo; scacciate le storielle di eroi di guerre moderne che mangiano i cocopops a colazione, amori impossibili che si concretizzano in età da casa di riposo, JoMarch del duemela che pubblicano libri di novelle e varie ed eventuali… Uhllallà mi son persa… Beh, sì scrivo per sopravvivere alle giornate che adesso son più lunghe e le ore di luce hanno l’effetto del lievito madre su quest’attesa, stragonfiandola. Non esiste più nessun “visto che ti piace scrivere”, ma spremute di ovvietà in comodi documenti word da 300 parole. Un giorno ho letto un articolo sulle 15 cose che ti fanno capire se sei un creativo, io non mi riconosco manco in mezza di quelle cose là. Eppoi leggo le storie di quelli che ce la fanno a costruire qualcosa, non i propri sogni, per quelli avrei dovuto essere costante e non cambiare centomila volte idea da quel tramonto d’estate sulla spiaggia durante la prima discussione padre-figlia prima del quarto liceo in cui confidai di voler fare la giornalista; io leggo le storie di quelli che ce la fanno a compiere imprese stile araba fenice, e mi chiedo: «Ma come ce la fanno?». Alcuni giorni cerco di costruire la risposta, perché quando capisci finalmente cosa vuoi fare ti viene un roar naturale e sono quelli in cui “sto bene” non è una bugia. Altri, come oggi, le cose si complicano. E mi fermo. Lamentarsi? Mai. La parola chiave da un anno a questa parte è: lucidità. Non posiziono un sito, ma posiziono me.

Esse

Eravamo rimasti al piano S. Ma la esse sta per tante cose.

Silenzio.
Che nemmeno ci sono abituata, epperò preferisco tacere.

Stanza.
Ordinata. Impolverata. Immacolata. Abbandonata per un’altra disordinata, sgarrupata. In comune c’ha solo la polvere.

Scrivere.
Probabilmente scrivere mi salverà. Probabilmente è uno dei miei soliti buchi nell’acqua. Ma dreaming is free, e pure inviare mail.

Start.
Sbiadito, come quello sulla pista improvvisata a cielo aperto dietro casa.

Sabbatico.
Come il compleanno numero 29. Che non è come gli altri anni nonvoglicrescerefatemirimanèbambina. I numeri dispari non mi piacciono. E magari l’anno prossimo c’avrò qualcosa da festeggiare. In un mese e un po’ più di mezzo è più sicuro che accadano cose catastrofiche che miracoli, meglio prolungare l’aspettativa di serenità.

Stay.
Hungry and foolish. Ché il mondo è pieno di furbish.

Sorriso.
Celo. Celo.

La festa dei figli

A me proprio non piacciono le feste comandate, ché non sono una tipa da grandi celebrazioni una volta all’anno: la festa del papà, la festa della mamma… Credo che dovrebbero istituire anche la festa dei figli. Tutti prima di esser genitori son stati figli. Sì, è un po’ come l’eterno dilemma se è nato prima l’uovo o la gallina. Epperò io penso a quei figli che non hanno mai conosciuto i loro genitori, che hanno smesso troppo presto di nascondere la poesia sotto il piatto della pastasciutta o che si sono dovuti caricare certi pesi sulle spalle quando magari i loro amici tornavano alle 4 dalla discoteca tunz tunz paratunz… O quelli come me, che non sfoggiano l’amore, noi figli che ci carichiamo tante croci non rientriamo in una categoria specifica. Ecco perché un giorno all’anno dovrebbero festeggiarci. Accendo la radio: Oggi è San Giuseppe! Sospiro e sorrido. Passerà anche quest’altra festa rac-comandata.

Fiori di pop corn

Se non l’avesse già fatto Murakami (e sicuramente tanti altri ma lui è il migliore a prescindere), scriverei un libro sulla corsa: «La corsa catartica». Torna la bella stagione e tornano anche le mie corse (che poi sono passeggiate un po’ veloci e un po’ salterellanti). Domenica mattina: impermeabile giallo, cuffie gialle, treccia e Blondie. Ho scelto di seguire il cuore e quello dove mi stava portando? Direzione pippi, solo che mi sono tuffata nella complanare, qualche kilometro più in là le signorine che hanno arredato la stradina sterrata. L’asfalto raccoglieva tutti i pensieri e soprattutto le angosce come fosse una calamita. Una salita, una discesa, una curva. Si rinnovava il rito di purificazione! Pensavo: «Oh, ma questo lo devo scrivere! Oh, ma pure questo!!! Vien fuori un bel postone!». Poi sono rimasta incantata dal rosa degli alberi in fiore, e da certi fiorellini bianchi che sembravano pop corn, e non ho scritto niente. Anche questa mattina sono andata a correre. Machimelofaffare? Corro e mi stupisco di tutto quello che ho intorno, divento un puntino, una formica. Divento leggera. Non corro tanto per far dimagrire il giro-vita, ma per far dimagrire la Vita!

Chi ha paura di Virginia Woolf?

[Sono arrivata alla conclusione che quando scrivo qualcosa è perché ha attirato la mia attenzione così tanto da piacermi, anche se dico che non mi è piaciuta. “Bene o male purché se ne parli” è un discorso che può andar bene per post di attualità tipo un film che vince l'oscar, mica per questo. “Chi ha paura di Virginia Woolf?” è il libro scelto nel gruppo di lettura che si riunisce alla Libreria Piazzo (Brindisi) maritata Lettera Ventidue (Mesagne) senza una scadenza fissa (tipo il 16 del mese). Ho letto i primi due atti in un sorso, come un cicchetto di Tequila (scura). Il terzo invece me lo sono gustato, nonostante fosse sgradevole come lo sciroppo a base di ferro. Perché il terzo atto è la svolta. Banale sì, ma daltronde non sono una ricamatrice di parole con molta esperienza.]

***

Albee è uno che si è “arreso” al teatro. Nella nota introduttiva (Chi ha paura di Virginia Woolf? – Edward Albee, Einaudi – Collezione di Teatro 286) è riportato un pezzettino di un’intervista nella quale spiega che aveva deciso di diventare uno scrittore ma gli era andata sempre male. “Figlio d’arte”, il padre era erede di una catena di teatri di rivista, aveva vissuto il teatro come realtà quotidiana. Un’infanzia abbastanza irrequieta quella di Albee. Leggendo “Chi ha paura di Virginia Woolf?” (la sua più celebre commedia) facciamo i conti con la Virginia che è in noi. Perché il titolo non c’entra niente con la scrittrice, ma con i suoi problemi e(s)sistenziali, tanto da diventare il ritornello di una canzoncina dispettosa. (Albee ha letto questa frase sullo specchio di un bar scarabocchiata col sapone).
Si arriva nel salotto dei Washington, senza invito, ad assistere ad un siparietto tragicomico tra George e Martha, una coppia di mezza età: Professore di Storia lui, figlia del Preside dell’Università lei. E’ sabato notte e suona al campanello una giovane coppia incontrata ad una festa: Nick Professore di Biologia e Honey sua giovanissima moglie; sono stati invitati per fare un piacere al padre di Martha che si è raccomandato di essere gentili con loro. Ben presto le chiacchiere si trasformano in un grottesco gioco in cui viene trascinato anche il lettore. La rappresentazione teatrale e quella cinematografica sicuramente susciteranno emozioni ancora più vive di quelle “cartacee”; Albee focalizza l’attenzione sui caratteri dei personaggi (estremizzadone le debolezze), ma i luoghi dove si svolgono le vicende sono nitidi come una fotografia su una rivista d’arredamento. Il dramma si divide in tre atti: il primo atto è ingarbugliato, il secondo è allucinante, il terzo amarissimo. Un continuo botta e risposta che ti trascina in un vortice alcolico di angoscia e disperazione. Non c’è solitudine. Martha e George pur facendosi del male possono contare sempre l’uno sull’altra e viceversa (fin quando non si faranno fuori…). Nick e Honey sono l’alter ego giovane della coppia, un destino già segnato il loro. Sembra (quasi) che non ci sia possibilità di redenzione per questi personaggi. «Quando non riesci ad uscire dal tunnel, arredalo!», si dice. Ma quando lo arredi con le illusioni (e quella di George e Martha si chiama Jim), la vita stessa diventa un inferno. Chi ha paura di Virginia Woolf? Io. E tu?

Due in uno

Ogni volta che vedono l’articolo fissato alla parete con le calamite mi chiedono se sono io, e racconto la storia “che una volta scrivevo”. Quando gli dico che poi ho smesso arriva il sorpreso: «Perché?»; la “mancanza di tempo” e “di ispirazione” sono le risposte che sembrano mettere d’accordo tutti, anche i più curiosi. Se sai fare i dolci ti supplicano: «Apri una pasticceria!», se ti piace leggere invece ti consigliano di aprire una libreria, se ti piace disegnare diventerai Giotto, pur essendo le tue opere schizzi di colore, se ti piace scrivere suggeriscono (ammiccando): «Pubblica un libro!». Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, tra lo scrivere e il pubblicare c’è di mezzo il talento, una gran fetta di culo e un sacchetto di monete d’oro. Ma oggi non mi va di fare un post su queste cose. E’ che a me piace raccontarmi i fatti miei non raccontandomeli; cambiando forma diventa tutto più digeribile, tipo i legumi passati. Anche se “così non te ne esci più!” (cit.). «Velleità esistenziali più che artistiche, ecco perché ho smesso!». (Vorrei tanto rispondere così, ma non mi capirebbero e quindi sorrido come una dama dell’800, arrossamento di guance incluso!). E su quest’argomento dello scrivere ci torno sempre, affermo convinta che mi stanco a parlarne, e altrettanto convinta ne riparlo. Una volta scrivevo ed ero felice, poi ho scoperto che sono (auto)condannata all’infelicità, epperò questa non è una cosa brutta, il contrario! Sono più re-attiva e im-preparata, che al peggio non c’è mai fine e altri luoghi comuni simili, sempre con il dulcis in fundo: “Irony is life!”.
Scrivo per fermare con le parole ciò che non si può fotografare. Tipo l’odore dei ricordi felici e l’adriatico dal finestrino (soprattutto della macchina). Ho strappato le pagine scarabocchiate da un quadernetto, l’ho capovolto e ho tolto quelle gemelle ormai vedove e bianche. Dovevo scaricare un po’ di “elettricità” dopo due giorni strani con lo sciame sismico di farfalle nello stomaco, e l’amore non c’entrava niente, tanto per sfatare un mito. Ho preso la penna (Bic, che per queste cose è l’unica!) e le parole sono apparse sui foglietti, come i trasferelli.

Post-scrizione: Sono andata a comprare un pezzo di focaccia da mangiare al volo; su via Maya Materdona di panifici ce ne sono due: il primo aveva già lavato le teglie, il secondo nonostante la folla ne aveva in gran quantità. C’erano anche le focaccine, ma erano più piccole di quelle che portavo a scuola come merenda. Ricordo ancora la loro sofficità, che goduria quella piccola crosticina di formaggio intorno all’oliva verde col nocciolo.
I volti delle sorelle (cognate) che ci lavorano hanno qualche ruga in più, ma il sorriso è sempre lo stesso. Anche se mi mettevo in punta di piedi arrivavo a malapena in cima alla vetrina dove c’era il piattino in cui posavo le 500£.
Questa mattina indossavo una sciarpa più leggera e non impregnata di tanfo di sigaro; quando sono uscita dal panificio profumava di paste. Che nemmeno mi piacciono quei biscotti! I ricordi felici hanno tutti un buon odore, quelli tristi col tempo evaporano, forse perché si trasformano in esperienza e ci rendono più forti.
L’adriatico ha due colori, quando lo osservo dal finestrino della macchina per km. e km., anche se sono la casa sgarrupata coi mattoni bruciati dal sole e sbriciolati dallo scirocco salmastro dispersa tra cielo e terra, tutto tace.

La grande solitudine

Dopo aver finito di vedere “La grande bellezza” ho pensato alle cotolette di soia: non hanno nessun sapore (nemmeno un retrogusto). «Un film che ha vinto un sacco di premi e addirittura l’ambitissimo ometto con le braccia incrociate oltreoceano mi deve piacere per forza!», ho pensato mentre cercavo di prender sonno. Epperò volevo provare a scrivere un post! Questa mattina mi sono svegliata e ho pensato alla “grande solitudine” per cercare di capire meglio i punti di forza del film. Jep nonostante la bellezza di una Roma che manco nei promo turistici è così viva, si fa distrarre da tutte le brutture. L’immagine che vien fuori è grottesca. Un’italia al botulino che non vuole invecchiare, una piccola iniezione di luoghi comuni ad effetto duraturo. Credo che agli americani sia piaciuto per questo. Durante le numerose pause pubblicitarie (no, non ho visto il film al cinema!), è andata in onda anche quella del profumo di Dolce e Gabbana e ho pensato che “La grande bellezza” in alcuni punti sembrava una di quelle pubblicità, formato XXL. Sorrentino ha ringraziato Maradona e guida una Fiat 500; mentre noi stiamo a scannarci per dire la nostra, lui si gode la sua vittoria! Ha ringraziato anche Fellini, molti critici sostengono che Sorrentino continui ad imitare la “Dolce vita”, probabilmente i suoi tentativi sono come gli specchi deformanti del Luna Park. Gli attori del cast sono caricature di loro stessi, come Serena Grandi o la Ferilli. Servillo è stato eccezionale ad interpretare Jep Gambardella, uno che non è sincero con se stesso quanto lo è con i suoi amici o pseudotali. E’ uno che si racconta una storia, e se la racconta così bene che alla fine ci crede. Come quando leggo un libro mi sono chiesta quanto Jep ci sia in Sorrentino.
Probabilmente non ho capito il film, perché ignoro l’esistenza di quei salotti romani sui terrazzi dove ci trovi stelle cadenti, artistucoli semi-falliti, radical-scioc… tutti soli. Jep mi ricorda un po’ Califano. Dopo i titoli di coda purtroppo rimane solo la grande bellezza di Roma-cartolina. E quella grande solitudine di Jep.

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