Post-it

Ma per scrivere che il 2014 è stato un anno dimmerda devo aspettare le 23:59 del 31/12 o lo posso fare pure adesso? Casomai non mi rimane tempo lo scrivo adesso:

«E’ stato un anno dimmerda!»

How to do

Dalla scorsa settimana è cambiato che non vado in bici con la gonnellina ché la sera fa buio prima, e pure freddo. Un po’ mi spaventano queste notizie sull’allerta meteo che dicono che sarà un inverno freddissimo. Sarà la solita bufala? Intanto i nuvoloni neri in lontananza, che mentre scrivo sono già arrivati sulla ridente, non promettono nulla di buono. E dalle otto di stamattina, davvero la temperatura è già scesa. Sì, stasera farò il cambio di stagione. Ciao vestine, ciao!

Ma qual è il segreto per essere felici? Apprezzare le piccole cose? Beh, quello lo faccio già, eppure st’inquietudine rimane. Faccio quello che mi piace, no? Scrivo. A chi? A me non più. E il problema quando non mi scrivo è che dimentico quello che sto pensando. Ché ogni pensiero ha bisogno di essere pensato un po’, altrimenti si mette in circolo insieme agli altri e addio. Leggerezza questa sconosciuta. Tranquillità meta lontana.

Perché scrivi sempre cose tristi? Perché per colpa di ‘sta cosa chiamata SEO e scrittura web, quelle felici le scrivo altrove. L’ultima sera in gonnellina sulla bicicletta (la ricordo solo perché ho fatto il giro più lungo per tornare a casa e i piedi sono diventati ghiaccioli per borse frigo…) pensavo pure SEO:

Come si diventa insensibili?

(Scrivere un articolo originale che contenga la parola chiave. La parola chiave deve trovarsi nel titolo – e nella fessa ti nunnata – . Attenersi alle linee guida!)

Per diventare insensibili serve:

- un fatto brutto

Fine della storia.

E quello c’è stato. Pian piano ho resettato l’anima. E mi sono allontanata dal mondo. Uh sì, ho spento la mia umanità! Come Ste… devo smetterla di fissarmi col telefilm dei vampiri. Vuota. Spenta. Uh! E se mangiassi raw food? La mia pelle e i capelli si illuminerebbero come quelli della Kate! ‘sta scrittura web mi scombussula comunque. Sto diventando una tuttologa! Ma per la felicità… No, per quella ancora non so how to do. Anche se la scorsa settimana ho trovato due camicie al mercato che sono proprio come le volevo io. E quando il tizio ha detto il prezzo, sì… mi sono proprio sentita felice!

Le canzoni che ispirano la scrittura

Oggi la connessione non è lenta. Di più. E così scrivere sul webbe si sta rivelando quasi impossibile. Ché l’ispirazione arriva quando:

1. Non hai connessione

2. Sei al cesso

3. Stai finalmente mangiando

4. Cerchi di prendere sonno

5. Guardi la pubblicità della Vodafone…

Che Fabio Volo ti starà pure sui pifferi magici. Ma quella colonna sonora…

E grazie a “She’s a rainbow”, dopo un venerdì 17 e due rifiuti netti con tanto di litigata via mail ché scrivere non è più un hobby, ho scritto due bellissimi articoli. No, non salverò il mondo dalla bruttezza con le mie parole, e manco vincerò Nobel e Pulitzer visto che mi occupo di tuttologia, ma senza il rainbow non sarei riuscita a scrivere di arginina e clorofilla.

Scrivere per il web è massacrante e nemmeno ap-pagante. Però ti ritrovi in progetti caruccetti, in cui hai carta bianca. Ecco. Carta bianca! Crisi. Tipo quando voglio le patatine ma ho lasciato il portamonete a casa di proposito per salvarmi da quella voglia di cose buone, che buone non lo sono, perché sono schifezze ipercalograssoriche.

E grazie a “Lost stars”, dopo un blocco proprio sull’argomento che più mi piace “libri”, torno a battere… sui tasti! Che poi è la colonna sonora di un film che sicuramente mi sarebbe piaciuto più del giovane favoloso/piagnucoloso con Germano strepitoso, ma io Leopardi mica me lo immaginavo così quando mi “toccava” studiarlo. Eppoi la mia testa non è tarata per certi film, ma per quelle commedie americane romanticherrime tipo “Tutto può cambiare” dove c’è quella canzone che proprio non esce dalla testa. Che anche se abiti nel tacco di grano e non nella mela grattag(i)elata, che anche se sei grassa e non un grissinbon, ti riconosci nella protagonista sfigatella e speri nel tuo lieto fine. Tra qualche anno lo trasmetteranno su La5 ed io trentenne/quindicenne sarò lì, sul divano, a guardarlo (…che poi non è che proprio tuttotutto può cambiare!)

Ora però torno ai miei articoli!

Questo lavoro intellettuale mi distrugge

«Io come un albero nudo senza te, senza foglie e radici ormai…», cantavo la scorsa settimana. Un banale amarcord adolescenziale? La parte repressa e neominchiomelodica che ogni tanto spunta fuori? No. Niente di tutto questo. Ero in bici. E ho visto quel famoso ramo di fico sulla provinciale incredibilmente spoglio. C’aveva solo qualche fico rammollito appiccicato. Da un giorno all’altro le foglie sono cadute tutte. Bello per una che ama l’autunno. Certo. Ma senza pioggia. Senza vento. Così. Dalla notte alla mattina. Come se qualcuno fosse andato con una mazza e gli avesse dato tante di quelle mazzate. Succede qualcosa di simile con la mia ispirazione. Da un momento all’altro cadono tutte le parole. Emmò che dico? Quando non riesco a scrivere nemmeno di creme e trucchi dopo anni e anni di onorata lettura di settimanali femminili un po’ mi preoccupo. Non esiste lunedì, non esiste domenica. Dicono che il lavoro intellettuale ti distrugga. Io prima li prendevo per culo quelli che dicevano così. Mò mi prendo per il culo da sola mentre mi strofino gli occhi rossi e vado a dormire pensando a come terminare un articolo sulle cure tumorali che vengono dal mare.

Lazzaretto 4.0

Leggendo leggendo ho scoperto che non sono manco una blogger, perché il vero blogger è quello che crea connessioni. Io ho un blog per mettere in rete i pochi neuroni che mi sono rimasti e sfruttare la connessione wireless per cercare di scrivere almeno il riassunto di come stanno le cose e metterci il punto. Ma quando rileggo capisco quanto la situazione si aggravi col passare dei mesi. Ricordo ancora quando mi dicevano: «Ti piace scrivere? Allora….». Il tutto terminava con una parola che mi piaceva tanto “gratis”, perché le velleità scribacchine non hanno prezzo, se non la gloria! Fortunatamente la misantropia cronica che mi ha colpita all’improvviso non mi porta più a ri-vivere simili situazioni, anzi, il fatto che mi piace scrivere è un punto a mio favore e lo sfrutto all’inverosimile. Mi sono inventata web writer. In una settimana ho divorato decine di link e guide, senza capirci niente. Ovviamente. Perché scrivere un articolo che piaccia a Google è una storia che somiglia molto a quella del punto G. Ho imparato anche a non svendermi, perché vabbene tutto, ma quando ti chiedono articoli originali e unici (specificato col maiuscolo) ovvio che rispondi che se devi rielaborare la scheda di un Cane Corso non puoi scrivere che è di taglia piccola. Poi ci sono quelli che spariscono quando sentono il prezzo che offri, magari la prossima volta ci aggiungo una fragrante fetta di culo pure per accompagnare il succo di frutta. Io non voglio scrivere. Io ce l’ho già un lavoro. Però io non posso decidere niente. Se non aspettare. Resistere. Sperare. Tutte quelle belle parole che sono come i birilli, arriva la palla e… strike! Cadono tutte insieme!

Ieri leggevo che Carmen Consoli inaugura un nuovo lustro il 20 Gennaio 2015. Sono trascorsi cinque anni infatti dalla pubblicazione del suo ultimo disco. Racconta in breve cosa è successo, e che è tutto sul taccuino e sulle corde della sua chitarra. Ok. Questa non è una coincidenza. Però ho pensato che il mio lustro è finito proprio in quella data. Un anno prima. Quello in corso. E su questa storia non c’è niente da dire. Se non che a me manca il primo caffè della giornata. Che non era quello della caffettiera di casa. E che faceva iniziare tutto. A volte mi chiedo: Devo trovare un nuovo inizio?

Ha mai piovuto il primo giorno di scuola?

Ogni tanto mi viene in mente la storia dello zaino Seven azzurro cielo che la plastica dentro si sbriciolò tutta manco fosse quelle sfogliette rettangolari coi rombi che non riesco a ricordare come si chiamano ma per darmi un tono proustiano, facciamo ce sono le mie “madeleine”. Ricordo che di quello zaino c’era pure la versione rossa “Devil”, io scelsi “Angel” (ovviamente!): «Gli angeli sanno volare perché sanno prendersi alla leggera!». La verità è che ho pensato allo zaino perché quest’anno ci sono tante belle “prime” intorno a me, ed io sono così invidiosa. Non so se invidiare Lorenzo per la prima elementare o Francesco e Veronica per la prima superiore. La verità, pure la quinta elementare di quell’altro Lorenzo e la quarta superiore di Stefano non mi dispiacerebbero. Nostalgia canaglia? Un po’. Ma soprattutto nostalgia del profumo dei quadernoni, dei borsellini pieni di colori e cancelleria nuova, che la mamma mi “spezzava le mani” se usavo qualcosa prima del suono della prima campanella. Compro ancora i quadernoni, e sniffo confezioni di colori a matita se non c’è nessuno dei paraggi. Ma l’odore non è lo stesso. Ed è banale sì, ma amaramente vero, che certi ricordi, come quelli della scuola, hanno un profumo che non puoi più sentire. E quello dei grembiuli nuovi? Perfettamente stirati e così duri che rimanevano intatti tipo armature per tutto il giorno. I fiocchetti che mettevamo al collo non avevano un odore particolare. Saranno conservati in qualche scatolone. Ricordo le litigate che facevano le mamme per scegliere il tessuto e la trama! Ho una memoria a breve termine, eppure li ricordo tutti i “primo giorno di scuola”, tranne quello dell’asilo ovviamente. Il primo giorno delle elementari era nuvoloso, ‘na tristezza infinita. Ci siamo seduti per terra, in cerchio e quando è suonata la campanella c’era un sole che spaccava le pietre. Il primo giorno delle medie c’era il sole, e mentre tutti erano figherrimi in jeans e t-shirt io avevo un pantaloncino turchese coi bottoni a cuoricino e una camicia rossa. I banchi erano sistemati a staffa di cavallo e la matematica mi è diventata la mia acerrima nenica. Il primo giorno delle superiori erano già saliti tutti in classe e non sapevo dove andare, ma un’amica mi ha mostrato la strada e siamo pure diventate compagne di banco. Ho guardato fuori dalla finestra ed ho capito che era arrivato il momento di abbandonare per sempre i panni di “Sailor qualcosa” e di dare il via a quella che sarebbe stata “l’era della Smemoranda obesa”. Quel giorno uscimmo alle dodici e dieci, dieci minuti prima delle elementari. C’era il sole. Ora che ci penso: Ha mai piovuto il primo giorno di scuola?

Il motivo nero a pois bianchi

Più tardi, quella sera, mentre cercavo di ricordare le password per accedere ai siti di sondaggi e campioni omaggio, ricordai le parole di quella signora tra gli ottantuno e gli ottantasette anni, non di meno e non di più, che vedendomi salire sulle bicicletta disse: «Signorì! Attenta cu no cati!». Lì per lì non diedi retta alle sue parole, poi quando davanti a me vidi un motivo nero a pois bianchi, capì che voleva solo mettermi in guardia da me stessa sui pedali, la mia faccia doveva essere più bianca delle tovaglie ricamate che pendevano da certi balconi quel giorno della processione del Corpus Domini, che i piedi mi facevano così male ché le scarpe della Prima Comunione erano già strette dopo manco due settimane, e vidi (forse per la prima volta) lo stesso motivo nero a pois bianchi. In poche parole, ‘sta scuppava.

Dieci

Da qualche giorno vanno di moda le catene: i dieci libri, i dieci dischi… A me le catene piacciono a giorni alterni, poi se queste la interrompi non ti può capitare di sbattere il mignolo del piede sinistro contro l’angolo del comodino una mattina che ti devi alzare alle cinque e durante la notte ha fatto così freddo che le dita si sono congelate e non avevi la forza di spostare la coperta. C’è chi è fiero di metterci Volo, chi ci mette tutta la Divina Commedia di Dante. Chi non ha letto e ci mette i dieci titoli della classifica IBS. C’è chi è fiero di metterci Piccolo Lucio, chi ci mette la discografia completa di Lucio Battisti. Chi non sa manco da che parte si inserisce il cd e prende i titoli dalla classifica Itunes. La verità è che tutti questi stati mi hanno fatto tornare in mente le liste che scrivevo più o meno sei anni fa. Che poi ne ho trovate un paio la scorsa settimana su un vecchio quadernetto, e una lista di canzoni da mettere nella “compilation bacchettona” dove c’era pure “Ho bisogno d’amore” di Meneguzzi. Quel Meneguzzi che adesso pare faccia il barista (menomale!). Comunque tra le dieci canzoni che metterei sull’unico cd che potrei portare su un’isola deserta ci ficcherei sicuramente: Troppo bella di Davide De Marinis.

That’s amore – (Tutti pazzi per Clizia)

Ieri mi è arrivato il messaggio di Stefania, una cara amica che mi consigliava di leggere un libro, quando ho aperto il link ho scoperto che si trattava di un ebook. Che fare? Cedere o non cedere? La verità è che in un periodo di magrezza (ahimè non fisica!) il prezzo era davvero invitante e il titolo mi incuriosiva parecchio: “That’s amore”. Non si poteva trattare di un libro sdolcinato. E quindi mi sono lasciata tentare. Che poi anche se non hai un Kindle puoi scaricare l’app sul pc.
“That’s amore” è il primo romanzo di Elisa Formenti, una biologa veronese. Continua a salire in classifica su Amazon.it, sorpassando grandi nomi; in pochissimo tempo si è piazzato tra i 60 ebook più venduti.

Clizia, fresca di Laurea in Biologia, deve rassegnarsi al fatto che nonostante i numerosi sacrifici non può trovare il lavoro dei suoi sogni, e come tante ragazze della sua età punta i piedi per terra e costruisce la sua strada affidandosi alla sua intraprendenza. Cassiera, scrittrice di bigliettini per i biscotti della fortuna, morbido sandwick… lavapiatti in un ristorante di Bologna: Très Bien. E’ proprio qui che, “promossa” come cameriera, incontra un uomo dallo sguardo così magnetico che attira anche il piatto di spaghetti che doveva servire. Ritorna in cucina, ma stavolta come aiuto-cuoco dove mette in pratica gli insegnamenti del padre che era uno chef. Spadellando, Clizia ha un’intuizione: lanciarsi nel business del catering. Decide di licenziarsi e ristruttura il casale in cui vive, allestisce un’ampia cucina, trova una socia, il tutto sotto lo sguardo vigile, ma soprattutto incoraggiante, della madre. L’amore non rientra tra i suoi obiettivi, non accetta distrazioni dal suo progetto, ma un imprevisto piacevole di nome Davide, continua a scombinarle i piani. Alla fine cede, convinta che lui sia davvero l’anima gemella. Tutto sembra filare liscio, ma Clizia vince un concorso e deve trasferirsi a Parigi per affiancare uno degli chef più famosi nel mondo. La distanza mette a dura prova il rapporto con Davide, e non solo, a Parigi Clizia scoprirà altre cose… Stop! Non vi racconto più niente! “That’s amore” mi ricorda molto quei film americani con le donne in carriera, dove c’è sempre il lieto fine, anche se la protagonista tra ironia e tenacia, dovrà fare i conti con il destino e quella fitta trama di coincidenze. C’è “un po’ di Clizia” in ognuno di noi, timida e impacciata, autoironica e con qualche antipatico chiletto di troppo. Un personaggio molto positivo da prendere come esempio per affrontare tutti gli sgambetti che si diverte a farci la vita. Questa storia ovviamente non avrebbe avuto lo stesso effetto senza la penna molto scorrevole e leggera di Elisa Formenti, e spero di leggere altre storie di Clizia visto che ormai mi ci sono affezionata.

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Paura d’amare

Ogni volta che si parla d’amore parte la risata come quella dei telefilm americani: «Amorahahahahaah!». No, non è un post sdolcinato, perché l’amore non è una melodia incantevole come Claire de lune di Debussy.
Amore sono le mani che si cercano dopo un litigio. Il primo, quello nel mezzo, ma mai l’ultimo di una relazione. Tendiamo a mostrarci perfetti, impeccabili, indossiamo il sorriso migliore (oltre che il vestito), una maschera. Ma è al mattino, appena svegli, che si vedono tutti i difetti. E le aspettative vengono deluse. Ecco perché si dovrebbe mostrare sempre la prima faccia del mattino, senza trucco. Perché una persona deve amare prima i tuoi difetti, senza crearsi false aspettative. Già, aspettative, le cause di gran parte dei litigi: «Tu sei altro!». Anche se alla fine della storia l’amore è: t’accetto con riserva.
Lunedì sera mi sono addormentata guardando il finale di “Paura d’amare” con Michelle Pfeiffer e Al Pacino, forse è per questo che ho pensato alla melodia di Debussy prima. In una relazione le paure quali sono? Paura di non respirare più a causa degli spazi che si restringono? Paura di non essere all’altezza? Paura di essere traditi? Paura di rimanere da soli? Paura che l’altro non sia felice? In amore, la paura delle paure è quella di essersi sbagliati e dover ricominciare tutto da capo. Nonostante ci siano sorrisi splendidi splendenti e le giornate diventano magicamente piene di impegni, quando una storia d’amore finisce dentro accade qualcosa che manco “Esplorando il corpo umano” saprebbe spiegare. Anche se qualcuno ha detto che “il futuro è una sintassi non scritta”, la paura d’amare è proprio là che guarda. Come si supera? Beh, se lo sapessi non mi sarebbe mai venuto in mente di scrivere questo post.

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