La prima volta

C’è una prima volta per tutto, si dice. La prima volta che abbracciai mio padre avevo 29 anni. Quell’abbraccio lo ricorderò per sempre, non perché fosse davvero il primo. Ci siamo stretti e abbiamo iniziato a piangere e a singhiozzare, che ci siamo consolati col silenzio in questi mesi. Chi ha visto una fontana in bicicletta con le ciabatte e la vestina svolazzante sulla provinciale non poteva certo immaginare che correvo ad abbracciare mio padre. E pure al nonno ho telefonato, ché gli avevo fatto una promessa. Ma questa è sempre la guerra, e mica è finita. Però la prima volta che abbracciai mio padre si unirono i nostri sogni di terra, cingoli e grasso. Era il 19 Luglio.

Duri come me

Non scrivevo da quasi un mese, eppoi i lampioncini, i ricordi, quella “paesologia” dentro la testa. Passeggiate come cartoline. Il mare al tramonto, i dorati campi di grano arati a metà, le case appena imbiancate, immacolate, la villa e le chianche di mezzogiorno, la cassarmonica, le strade provinciali asfaltate che puzzano ancora di catramma, una gru che mòcademòcade. Stop. Il riassunto delle puntate precedenti sarà brevissimo: il nonno è caduto, sfumature di bianco, attendere prego. Stop.
Il nonno è caduto? Eh sì, Penelope l’ha preso alla sprovvista, e quello che pesa manco sessanta kappaggì è volato via. Frattura composta al femore. Aperto, sistemato, cucito, già semi-camminante col girello. Io non voglio imparare dal vento, ma da lui. Settantasette anni, la quinta elementare, e una progettualità che manco uno startupper. Usa anche il pc, internette, e il telefono per fare le foto (a Penelope). Eppoi sa fare certe magie con gli attrezzi! Resuscita i motori di camion, pale, escavatori. Il compressore, ultima riparazione incompiuta. E le ruote della bici devo gonfiarle alla IP. Che silenzio. Ogni tanto Penelope s’alza e insegue le lucertole. Poi di nuovo silenzio. E s’attende. Per un paio di settimane però la mia attesa è stata interrotta dalle sfumature di bianco, e su questa storia c’è da dire che ho conosciuto una donna straordinaria. Ché i social non fanno sempre danni. E vorrei avere la tenacia e la forza di Irene, che mai s’arrende. Le ragazze fanno grandi sogni, lei li cuce. Sembravo Alice nel paese delle meraviglie. Io che insieme alle carte ho a che fare pure con maschi bestemmianti e sputacchianti, grasso, taniche di gasolio, terra. Bianco. Bianco. Poi di nuovo attesa. Asfissiante. Come quando butta due gocce e l’aria diventa irrespirabile. «Ma questa è la guerra e combatto, e stringerò i denti finchè ne avrò», canta Levante. E pure io. Lo devo a mio nonno. A mio padre.

Sere d’estate

Io lo so quando ho smesso di amare l’estate, ma questa è una storia vecchia, vecchissima. Come i ricordi di quelle sere d’estate di risate, scherzi, giochi, le sdraio e le sedie di legno alla faccia delle barriere architettoniche, Eros Ramazzotti, i motorini, eccetera eccetera eccetera. Ho sorriso ad un cicciobimbo che voleva imparare ad hula hoppare, ho sorpassato una combriccola di commari che si confrontava sui metodi per sterminare intere colonie di furmiculi, ho incontrato due amiche che si scambiavano i primi segreti innocenti, una signora che faceva un cruciverba con gli occhi chiusi, un’altra ancora mi ha salutata e io dopo aver ricambiato come una fessa mi son chiesta: «Ma la conoscevo?». Quella strada della ridente piena di lampioncini colorati di tutti i tipi, anche il mitico sole che ho sempre adorato e mai comprato, optando per pampini e fiuri o sciapita tinta unita. Immobili. Manco un alito di vento. I capelli caldi come la lana di pecora con cui s’imbottivano i cuscini prima del lattice. E poi lui, l’immancabile cane pomisi che abbaia a tutti i passanti dietro la tenda di legno che interrompe bruscamente quella poesia paesologica.

Una stella cadenteee! No, forse era un fuoco d’artificio. Ma le stelle cadono, i fuochi salgono. Il desiderio! Una parola. Ma tanto i desideri non s’avverano, sei tu che devi lavorare sodo come le uova della torta pasqualina per realizzarli. Te le godi meglio le cose. Giriamola così la frittata. La solitudine di Indipendence Way, con pochi lampioncini. Pure il mio è ancora spento. Se non ci penso io. C’era la vigna, la fabbrica dei pomodori, io me li ricordo. E quando non si poteva più saltare a molla che Cocu si coricava presto pi lu furnu, nonnama ‘taccava cu la storia ti lu Laùru e delle civette che bussavano alle finestre di chi stava per morire per prendersi gli occhi e quando interrompeva il racconto per dirmi: «Flà, stai lu gelatu ‘ntra lu congelatore!», io mancu morta mi avventuravo al buio dentro casa. E se arrivava il Laùro?

Conversazioni penelopine

Penelope: Flà!
Flavia: Che vuoi?
Penelope: Ho sete. Vedi la mia lingua.
Flavia: Hai bevuto prima di uscire.
Penelope: Flà!
Flavia: Che vuoi?
Penelope: Accendimi l’aria condizionata. Ho caldo.
Flavia: Mi vuoi morta?
Penelope: Flà!
Flavia: Che vuoi?
Penelope: Vedi che là c’era un posto libero che ci entrava un autotreno.
Flavia: Tu non sei un cane parlante. Taci.

[...]

Penelope: Oh capelli al vento! Vedi che t’ho vista arrossire quando il Dottorello nuovo t’ha chiesto se aspettavamo da tanto.
Flavia: Ma tu non vedi in bianco e nero?
Penelope: Eppure t’ho vista multicolor.
Flavia: E’ stato bravo almeno?
Penelope: Una puntura mi ha fatto.
Flavia: E la storia dei collari antipulci non era interessante?
Penelope: Senti, ma se ti piace così tanto perché non ci vai tu a fare la puntura al posto mio la prossima volta?
Flavia: Acida.
Penelope: Chissà da chi ho preso.

Corpi e storie di donne

Io c’ero. Anche se avevo ignorato la “prenotazione obbligatoria” ben specificata sull’evento: «Va bè se non trovo posto rimango in piedi!», ho pensato. Invece tramite amicidiamici sono riuscita a trovare una sedia libera, all’ultimo momento. Il palchetto rialzato dell’Auditorium del Castello Normanno-Svevo era vuoto: senza le sedie, i microfoni, le etichette, e le bottigliette d’acqua. Solo un cartellone bianco con il messaggio: Bring back our girls. Protagonista assoluta della serata: vagina. O vagiaina al profumo ti fucazza chena of course.

[Oh! E lo scrivi così? Senza virgolette? Ehpperforza: io pure celo!]

“Corpi e storie di donne” è uno spettacolo teatrale di vagine, sulle vagine, per la vagine di tutto il mondo. Regia di Sara Bevilacqua su proposta dell’associazione “Io Donna”, lo spettacolo è il risultato finale del Laboratorio teatrale femminile, un percorso di sperimentazione personale per conoscersi come donne, più che per soddisfare velleità attricistiche.

La serata è stata organizzata dalle associazioni Ghenos e Io Donna, in collaborazione con la commissione Pari Opportunità e con il patrocinio del Comune di Mesagne. «La violenza di genere si può sconfiggere insieme!» ha sottolineato in apertura Marica Guglielmi, presidentessa di Ghenos, che si occupa di promuovere “le intelligenze femminili e maschili, proponendo rappresentazioni alternative alla falsa neutralità dei modelli dominanti”. L’associazione Io donna di Brindisi invece, è attiva dal 1991 e gestisce il Centro Antiviolenza a livello volontario. Lia Caprera, la presidentessa, ha ricordato che in Italia nel 2013 sono state uccise 137 donne, nella maggioranza dei casi da partner ed ex-partner”.

Il gruppo di donne ha occupato la sala svolazzando e sussurrando vagina nelle orecchie degli spettatori quasi fosse un segreto. Dopo nemmeno un minuto la vagina è salita sul palco per raccontarsi senza alcuna vergogna.

Coraggiose, determinate, sensuali, ferite, cancellate.

Passi rossi come il sangue e corpi neri come il vuoto dell’anima. Occhi lucidi e sorrisi che hanno acceso la speranza.

Sensibilizzare, responsabilizzare. Questo l’obiettivo di Sara e delle “sue” ragazze.

Durante l’esibizione le protagoniste hanno prestato la propria voce per raccontare storie di donne lontane e sconosciute. Un equilibrio insolito tra toni duri e drammatici, e toni ironici e leggeri.

Non riuscivo a battere sempre le mani, anche se gli applausi servivano per incoraggiare le ragazze, che non solo erano alla prima esperienza teatrale, ma dovevano pure affrontare quell’argomento “pruriginoso”. Alcune storie mi hanno completamente gelato il sangue, tanto da bloccarmi sulla sedia, complici pure gli intermezzi musicali di Isabella Benone (violino e voce) e Giancarlo Pagliara (fisarmonica).

Mesagne è avanti! Anche se ultimamente dorme un po’, però “è avanti” perché c’è chi non passa il tempo a contare le pietre e i fili d’erba, o a spolliciare e scrivere scemenze come me sui social, ma lavora zitto zitto come quelli di Ghenos e rendono più frizzante la vita culturale proponendo iniziative ad “effetto panoramico” che ti arricchiscono e ti fanno crescere.

Grazie Ghenos. Grazie Io donna. Grazie Sara. Grazie donne!

Il pianoforte bianco

C’è un concetto potentissimo in base al quale ogni volta che per puro caso le farfalle ti assaltano il corazon la verità è che non gli piaci abbastanza. E ci rimani male. Perché tu scrivi la lista dei dettagli che secondo te sono delle prove inconfutabili. Ma arrivi molto presto a quella verità. Perché  ti piace vivere le emozioni, tutte in una volta, e questo destabilizza la controparte. Ma son cose che passano (mediamente) in fretta. La verità è pure che ti senti sola con la tua libertà. Soprattutto certi momenti difficili che si superano meglio se si scompare in un abbraccio. Quando poi ti fermi vedi che li hai comunque superati da sola, perché sì gli Amici non ti hanno mai abbandonata, ma la testa è un tavolo da biliardo e le pippe mentali le palle colorate. Devi contare solo sulla tue forze per vincere la partita contro te stessa. Di quando in quando, in modo assolutamente involontario, arriva qualcuno e ti insegna qualcosa sul tuo conto. Poi sparisce con spiegazioni abbastanza bizzarre, una, due volte. Alla terza non lo cerchi più. Perché tu nel frattempo hai sperimentato sulla tua pelle che non si può tornare indietro. Quando le cose si rompono non si aggiustano. Analizzare serve solo a rallentare quella tua partita. Le cose succedono e non è sempre e solo colpa tua. Il vento del nord ha smesso di soffiare, non è arrivata la settima onda. Se non capisci cosa è successo è che non c’è niente da capire: siamo solo due estranei uniti da un passato immaginario. Anche il pianoforte bianco non è più in quella vetrina che abbiamo guardato insieme.

Gippy

Se solo penso a quando non ci sarai più. Il piede destro già si sente inutile. Quante avventure insieme: io, te e la strada. Oh mio Gippy, godiamoci questi ultimi giorni insieme. Ubriacati di gasolio come un ventenne all’open bar. Non singhiozzare. Lo so che sei triste perché sai che ci separeremo. Il primo amore poi si scorda, arriva il secondo, il terzo ad esser ottimisti… Ma la prima macchina non si scorda mai.

Cristo non tifa Italia ai mondiali Brasile 2014

Questa mattina ho letto che l’arcidiocesi di Rio De Janeiro ha scritto una lettera a Mamma Rai rea di aver usato l’immagine del Cristo Redentore nello spot che pubblicizza la messa in onda degli incontri calcistici che vedranno impegnata la nazionale di calcio italiana ai mondiali Brasile 2014 senza autorizzazione alcuna. Mamma Rai invece di metter la maglia della salute al famoserrimo Cristo con le braccia spalancate che abbraccia Rio, ha fatto indossare al bianco Redentore la maglia azzurra della nostra nazionale di calcio. A me non interessa il polemicone stile commentatori feisbucchiani di Repubblica. Però se Mamma Rai avesse fatto indossare “la maglia della salute”, che nel mio pensiero fantintellettualoide significa “zuummare” sulla vera realtà del Brasile, sarebbe stato tutto diverso. Il “mondo del calcio” proprio non mi piace, ché lo “sport del calcio” è un’altra cosa e non si vede negli stadi enormi costruiti per far bella figura e che inseriti nel contesto brasiliano sembrano come quei grandi foruncoli che spuntano solo nelle occasioni più importanti. Il calcio in Brasile si gioca dietro l’angolo degli stadi secondo me, all’ombra di queste modernorribili e gigantesche costruzioni, dove i bimbetti calciano palle improvvisate, costruite da loro. E non sognano certo di diventare Balotelli. Mamma Rai, fattelo dire: «A creativi stai messa maluccio. Fai un talent pure per gli spot!»

Specchio dei (non) desideri

Lo scorso anno stavo pensando di abbandonare il mio adorato bloggo. Quest’anno sto cercando di pensare a come potrei farlo crescere. Il bloggo è uno specchio: io ci parlo e (mi) rifletto. Potrei rimanerci intrappolata in queste pippe mentali. Il peggio deve ancora venire, epperò credo che posso cavarmela.

Che non cado giù.

Di nuovo.

Sabato sera ero seduta “allo scalino” di casa, l’ultima volta che mi ci sono seduta forse avevo 15 anni. Non ho fatto quasi niente di quello che sognavo allora, se non una serie di scelte troppo affrettate. Sbagliate. Mi piango addosso? Ok. Poi m’asciugo i lacrimoni e continuo. A sbagliare? Spero di no.

«Chissà quando sarò grande come sarò…»

«Cioè, io ho 29 anni e ho fatto questo, quello e quell’altro? Ma che davero?».

Il bello di avere un bloggo/diario virtuale e che poi aggiusti le cose che ti succedono. Il brutto di avere un bloggo/diario virtuale è che come le Haribo, non riesci a resistere alla gelatinosa sensazione di scriverti.

C’è tanto disordine.

Stress.

Ansia.

Polvere.

Ragnatele.

Ho piantato la menta e i peperoncini.

Voglio diventare vegetariana (ieri ho rifiutato la fettina con olio e vino, ed è già un primo passo). Voglio sedermi lì, “sullo scalino” di casa, il prossimo 26 Maggio. Per capire se le cose le posso cambiare anche in 1 anno.

Il compleanno sabbatico

Ieri era lunedì. E quest’anno il mio compleanno è capitato di lunedì. Fine Maggio. Ho aspettato una telefonata. Non è arrivata. Volevo una bella notizia. Una bella notizia come regalo. Avevo deciso da tempo di non festeggiare, perché mancava proprio lo spirito festaiolo: «Quest’anno lo salto. Ma il prossimo anno festeggio! Indipendentemente da come saranno andate le cose!». Avevo gli occhi gonfi, non borse della spesa, ma borsoni da palestra. Ho fatto la scrutatrice domenica, “il compleanno d’uno scrutatore”. Nonostante la stanchezza c’era una “messa speciale” a cui non potevo proprio mancare. Matteo era lì, tra i banconi della nostra Chiesa, manco ci fossimo lasciati la sera prima dopo le prove del coro. Poi è arrivato Mino, e Alessia luminosissima. Non c’erano gli odiosissimi jambè («Mò ti li scasciu ‘ncapu quiri cosi Mì!») e nemmeno “Osanna è”. Mino e Alessia si sono sposati. Il tempo è passato. Mia madre piange ai matrimoni dei miei amici, perché pensa che io non mi sposerò mai. E c’ha ragione. Anche se vedendomi tornare a casa con un bellissimo mazzo di fiori c’ha sperato che fossero di “qualcuno”. Ma io c’ho la famiglia moderna: un omaggio di Laura all’insaputa di mio padre e del fratellinzo che dice a malapena “Tau” alla Teletubbies maniera.
Squilla il telefono: Roberta. Ok un attimo che trasformo 10 euro in gasolio e richiamo. Squilla il telefono: Enrica. Ok un attimo che torno a casa e richiamo. Squilla il telefono: Mamy. Ok vengo da Lucia per caffè. E’ difficile spiegare bene perché non volevo festeggiare. Dentro c’ho proprio un groviglio di tristezza, tipo le matassone di lana. Ho spezzato la tradizione della torta. Non credo che questa me la perdoneranno. Enrica, Roberta, Cristina e Lucia… mi hanno regalato una bellissima borsetta, un bauletto dove ci sta il necessario per una di ventinove anni. Ma le sorprese non finiscono qui. Perché dovevo vedere anche Daniela e Giuseppe. Doveva essere uno spritz tranquillo. Invece dalla busta letteraventidueosa di Giuseppe son saltati fuori due libri specialissimi: Roderick Duddle di Michele Mari e Fiabe italiane di Italo Calvino (il mio primo Meridiano). Dalla borsa scigghiata di Daniela un cellulare. E’ la fine (mia). Mi sono scese due lacrimucce, perché non c’ha pensato solo lei a decretare la mia fine, ma pure Giuseppe ed Elvy. Poi mi è arrivata una ricarica da 10 neuri: è stato zio Antonio (ci metto la mano sul fuoco anche se ormai non l’accendiamo più!). Io non lo so se merito davvero tanto! La torta non la volevo, invece è arrivata pure una cosa nutellosa buonellosa. E c’è ‘na storia dietro ‘sta torta! Cose che ora che sono cellutecnologicizzata le scopro prima di subito. La festa (mia) è finita. Mò m’è venuta n’idea bella. Ci sono le amiche da sempre e gli amici per sempre che mi s(u)opportano da mesi, alcuni in silenzio, altri mi “tirano”… Dancing in the moonlight risuona nella testolina… Fischietto e inizio questa giornata con una parola: GRAZIE!

 

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