Facebook e l’ansia dei ricordi e degli anniversari di amicizia

Facebook è sempre più vicino a noi e non solo perché ogni 28 giorni inizia a proporre tra gli annunci sponsorizzati quelli delle coppette mestruali e una serie di link il cui unico scopo è di (non) dare un senso alla tua sindrome premestruale; Facebook fruga nella nostra vita virtuale alla ricerca di ricordi che potrebbero farci sorridere come foto e anniversari di amicizia. Spesso questi ricordi sono indesiderati perché nella foto ci sono persone che se incontriamo per strada manco le salutiamo!

La prima cosa che (solitamente) guardiamo sono i capelli, poi come eravamo vestiti e quanto eravamo magri/grassi. Caro Facebook non mi fa piacere rivedere quelle foto, o leggere gli stati che scrivevo, perché la verità è che tu non mi conosci e ci sono cose che custodisco nel cuore e proteggo dagli occhi indiscreti dai miei contatti. È questa la vera privacy! Quando leggo quelle interminabili note sul fatto che ci spiano e che rubano i nostri dati mi viene da ridere, perché siamo così ingenui: con un click sul mouse e un tocco sullo screen abbiamo già dato il nostro consenso.

Questa storia si può riassumere con un algoritmo segreto, EffeBbì mostra solo gli anniversari di amicizia dei contatti con cui hai avuto più interazioni e così per i ricordi, se ci avete fatto caso, sono sempre quelli con più like che vi vengono mostrati. E poi ti rendi conto che il problema non sono i capelli, o quei pantaloni che ormai non ti stanno più, è tutta una questione di malinconia. E si dondola sull’amaca del passato, lasciandosi cullare, rimanendo lì, sospesi a mezz’aria tra quelli che eravamo e quelli che non siamo!

Trent(un)anni

Questo è(ra) l’anno zero. Da piccoli ci insegnano a contare “1, 2, 3, 4, 5…”, eppure quando nasciamo non abbiamo 1 anno, anche se la storia dello zero è ben più complessa e, oltre ad essere un fatto matematico, pare che serva, per esempio, per contare il numero esatto di giorni quando ti arriva un avviso di pagamento, ma questa è un’altra storia ancora. Mentre ero in bici questa mattina, ripensavo appunto all’anno zero, al traguardo dei trentanni e mi è venuto in mente il messaggio che mi ha scritto un’amica, Simona, quei contatti che solo i social sono in grado di mantenere, perché si fanno scelte diverse quando lasci il banco e la sedia ma Simona ha letto il blog e si è ritrovata in questa storia dei trentanni, facendoci tornare per un attimo al corridoio del liceo, durante la ricreazione.

Molti trentenni si trovano in situazioni simili, al limite tra “voglio tornare bambino” e “che cosa faccio adesso che sono grande e devo cavarmela da solo?”, la società ti vorrebbe con figli e mutuo trentennale anche se l’unica etichetta che non passa mai di moda è la precarietà, che più che un fatto economico è proprio psicologico. Perché una volta i genitori ad una certa età ti smollavano, ora invece ti trattano come degli eterni “forever young” e ci pensavo stamattina che voglio prendere la bici nuova e mia madre per l’ennesima volta ha detto: «Ma te la regalo per il compleanno!». Già, il compleanno…

A trentunanni è come quando soffi la prima candelina: hai imparato a camminare, a dire qualche parola di senso compiuto, a mangiare da solo anche se hai stelline di formaggino Susanna non solo nel naso, ma pure nel pannolino e tra i ditini dei piedini, e ti preparano a fare la pipì nel vasino, come i bimbi grandi. Ho quasi 10 mesi e anche se avrei voluto le stelline nel pannolino, mi sono ritrovata con le stelline che girano intorno alla testa, come nei cartoni animati, per le craniate contro i muri che non sono riuscita a superare.

L’ultima volta che ho pianto è stata quando mi sono resa conto di non avere abbastanza forza e carattere per realizzare un sogno, eppure la delusione non è stata amara, perché è come imparare a camminare, sei lì che ti mantieni alla sedia e cerchi il vuoto prima con una manina e poi con l’altra, ma non riesci ad afferrarlo, ed è in quel momento che inizi a cercare qualcosa a cui aggrapparti, qualcuno. Nell’anno zero scopri che non hai bisogno di nessuno per imparare a camminare, e non puoi prendertela con chi ti ha lasciato la manina, questi sono alibi, è tutta una questione di equilibrio che fa coppia fissa con sicurezza. Solo così ci si prepara alla grande sfida: camminare sulla fune sospesa tra un’isola e l’altra, con Bingo Bongo che ci guarda da laggiù e fa il tifo per noi.

In questo anno zero sono andata anche a ripetizioni e quando mi hanno chiesto: Chi sei tu, cosa vuoi essere? Ho sfoderato la tipica risposta sfacciatella di chi non ha studiato e inizia a parlare della morte di Umberto Eco senza nemmeno aver mai letto un libro, piuttosto che andare in libreria a prendere uno degli scritti alla propria portata. La lezione più importante però la tengo per me, nel mio spazio protetto, all’interno di quella “pallina” di cui parla Chiara Gamberale nel suo ultimo libro, che prima o poi finirò di leggere e non perché mi manca il tempo (ma poi lo spiegherò nella recensione); la “pallina” è quella cosa minuscola che senti più o meno all’altezza della pancia, sotto le costole, e che non sbaglia mai.

Leonardo DiOscar

Ci sono cose che solo i trentenni possono capire, tipo Leonario DiCaprio che vince l’Oscar come miglior attore per Revenant. Allora dopo petaloso, non me ne voglia il piccolo Matteo, entreranno nel linguaggio comune altre espressioni:
– Felice come quella volta in cui DiCaprio ha vinto l’Oscar;
– Se vuoi davvero ottenere qualcosa lotta come ha fatto DiCaprio per l’Oscar.
E stamattina, per non perdere la copia coupon di Vanity Fair sono corsa in edicola non tanto per la copertina, ma per l’intervista. Ché Leo non ti piace solo perché è bello, ma perché come ha sottolineato Spielberg, in tutti i suoi personaggi c’è “l’umanità”. (p.s. Ho messo la sveglia alle 6.30 stamattina e non ho nemmeno schiacciato il taso snooze!).

Unde(r)pression

Ogni tanto (spesso) leggo gli articoli dell’Huffington Post, che come fonte per la cronaca nera è pessimo, però quelle piccole lezioni di vita sono utilissime per capire meglio cosa succede. Allora faccio un confronto con le pagine di questo diario e con le giornate tutte uguali, che cambia un po’ il colore solo quando c’è il sole. I vips parlano con più facilità dei loro problemi, noi che siamo persone normali facciamo fatica, per tanti motivi, uno su tutti: non essere giudicati per le nostre debolezze. Quando ho messo le mani in quel passato, nemmeno troppo recente, ho rivissuto per un attimo quelle belle sensazioni, e ho rivisto una me diversa, aperta al mondo, alle sfide, alle avventure, alla vita. Poi la porta si è chiusa ed io sono rimasta di nuovo dentro. Il tunnel lo arredi, ma prima o poi devi uscire, in qualche modo. Non ci riesci e studi una soluzione alternativa, e poi capisci che a volte basta qualcuno che accende la luce, ti prende per mano e ti conduce fuori.

Petaloso: il caso della settimana e la mia invidia nei confronti di Matteo

Il caso della settimana è la parola “petaloso” e ho sottratto un po’ di tempo al mio tempo per mettere nero su bianco qualche riflessione sparsa. Io provo sincera invidia nei confronti di Matteo perché ho sempre inventato delle parole, chi non lo fa? Poi Matteo è pure di Ferrara, una città che per ovvie ragioni mi è rimasta nel cuore, quindi mi sta pure simpatico e faccio il tifo per lui. In verità lo faccio anche per Banderas e la sua “inzupposo”, ma questa è un’altra storia.

La maestra Margherita ha assegnato un compito per casa, ovvero trovare due aggettivi per ogni nome, e al piccolo Matteo è venuto in mente petaloso. Non ha cercato sul dizionario se quell’aggettivo esisteva, perché i bambini in terza elementare sono così, spontanei. La maestra ha segnato con la sua penna rossa l’errore, però ha deciso di incoraggiare Matteo e chiedere all’Accademia della Crusca cosa ne pensasse. Dopo qualche tempo è arrivata la risposta contenuta in una lettera custodita in una busta con tanto di francobollo e timbro postale. Petaloso è una parola “ben formata”, inoltre è “bella e chiara”: «Se riuscirai a diffondere la tua parola tra tante persone e tante persone in Italia cominceranno a dire “Come è petaloso questo fiore”, ecco allora petaloso sarà diventata una parola dell’italiano». Enniente, dopo che La Repubblica ha pubblicato la notizia tutti hanno iniziato a dire petaloso per aiutare Matteo a far entrare la sua parola nel vocabolario; forse tra una settimana ci saremo già dimenticati di petaloso però è bello aiutare qualcuno a raggiungere un sogno e a credere nelle sue idee.

Da quando scrivo per il web ho dovuto fare i conti con il numero delle parole, con la loro posizione, con la formattazione e una serie di altri cavilli che portano in cima ai risultati dei motori di ricerca un sito. Ho affrontato un periodo buio fatto di pagine nere, e non di pagine bianche, un po’ perché la vita è tutt’altro che petalosa, un po’ perché è difficile lavorare con le parole quando il tuo bagaglio culturale è una pochette. La lingua italiana è strana perché è sempre pronta ai cambiamenti anche se spesso si tratta di storpiature del momento (vedi il caso di matrimoni di fatto tra inglese e italiano, la prima parola che mi viene in mente è spoilerare…), Matteo invece nella sua stanzetta ha scritto una parola nuova, così bella, e me la immagino scritta sul quadernone con la grafia tipica dei bambini delle elementari. Io userò petaloso. Grazie Matteo!

Sui social ci sono tantissimi meme petalosi, ché un po’ tutti hanno sfruttato il trend del momento ma, per “deformazione professionale”, utilizzerò quello di Fox! 😉

petaloso

Just be smart, just be Samsung #GalaxyA

Buzzoole

Io e la televisione abbiamo un rapporto molto complicato ultimamente, però qualche giorno fa mi sono ritrovata a ridere guardando lo spot di Samsung Galaxy A 2016, che vi ripropongo, ché magari siete di quelli che odiano la pubblicità.

Tutti si chiedono: Perché facciamo quello che facciamo? Potremmo scomodare vecchi filosofi e riadattare le loro teorie ai tempi moderni, però la risposta non è sempre la stessa. Siamo iperconnessi e affidiamo i nostri sentimenti ad un oggetto rettangolare che si sfiora con un dito, però non riusciamo a farne a meno. Esibizionismo? Dimostrare al mondo che esistiamo? Lavoro? Le “domande-risposte” possono essere tante, ma è certo che ormai tutti noi siamo affezionati agli smarphone, insostituibili compagni di viaggio, anche se spesso la batteria ci saluta, e non possiamo scattare una foto a quel bellissimo tramonto, o ad un bambino che mangia il gelato al cioccolato e ha la faccia tutta pasticciata. Sino a qualche tempo fa pensavo di essere schiava dello smartphone e di non vivere sino in fondo le emozioni perché fermavo degli attimi con la fotocamera, o dovevo necessariamente scrivere quello che pensavo, poi ho capito che dandosi delle regole, si possono scoprire nuovi limiti ed evitare tanti problemi, ma questa è un’altra storia. Il primo smartphone è arrivato un paio di anni fa, un Samsung, e sono affezionata al marchio, tanto che guardo sempre con attenzione le nuove uscite, un po’ per deformazione professionale visto che da aspirante web writer mi diletto a scrivere anche di tecnologia, un po’ perché i prodotti della serie Galaxy A sono smart, e adatti al mio modo di vivere connessa con il mondo.

 #GalaxyALa serie Galaxy A 2016 è la fusione perfetta tra tecnologia e design, basta dare uno sguardo alle caratteristiche tecniche dei modelli di punta Galaxy A5 e GalaxyA3 ma ancor prima alle dimensioni dello schermo che consentono di esprimere al meglio la propria individualità con 5.2 pollici per il primo e 4.7 pollici per il secondo, entrambi con tecnologia AMOLED. Già immagino cosa ci potrei fare, per esempio qualche video al mio cane Penelope quando se ne viene vicino alla porta del mio ufficio per ascoltare le canzoni di Lucio Dalla, o sfruttare la funzione lSelfie Panoramico, Palm Selfie e Bellezza Volto per immortalare il pre e il post running verso la linea perfetta. La batteria da 2900 mAh di Samsung GalaxyA5 aumentata del 20% rispetto agli altri prodotti della serie, dovrebbe reggere, anche se per il momento credo che siano sufficienti anche i 2300 mAh del GalaxyA3.

Samsung Galaxy A5 (2016) ha il processore 1,6 GHz Octa Core con sistema operativo Android 5.1 (Lollipop), la fotocamera è posteriore è da 13 MP mentre quella frontale da 5 MP. La memoria interna è di 2GB di RAM con 16 GB di storage espandibile sino a 128 GB con MicroSD. Il comparto fotografico del Galaxy A3 (2016) è il medesimo, ma su questo dispositivo è stato montato il processore 1,5 GHz Quad Core, sistema operativo Android 5.1 (Lollipop), 1,5 GB di RAM e 16 GB di storage espandibile sino a 128 GB con MicroSD. Galaxy A5 e Galaxy A3 saranno disponibili al prezzo suggerito al pubblico di 429€ e 329€. Sono affezionata al mio vecchietto, ma questo potrebbe essere un bell’auto-regalo di compleanno.

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Confettura di mele e zenzero

confettura mele e zenzero

Le marmellate e le confetture sono una mia grande passione. Un giorno Chiara Maci ha condiviso la sua ricetta della confettura di mele e zenzero. Non avendo Fox non posso seguirla tutti i giorni nella sua avventura, #vitadafoodblogger, quindi mi aggiorno grazie ai social. La Maci incarna l’ideale della trentenne, se una volta volevamo essere Jo March, oggi “vogliamo diventare come Chiara Maci”. In verità io ho un altro sogno nel cassetto, fatto appunto di marmellata e nel frattempo sperimento nuove ricette. Se volete provare questa ricetta della confettura di mele e zenzero, ma le mie spiegazioni sono poco chiare, ecco il link video alla puntata che sono riuscita a trovare grazie a San Google.

Ingredienti:

  • 1 kg di mele renette (già pulite e private del torsolo)

  • 500 gr di zucchero

  • 25 gr di zenzero

  • 12 cl di acqua

Preparazione:

Per questa confettura non ho usato il Bimby come ho fatto altre volte. Dopo aver sbucciato le mele, private del torsolo e tagliate a tocchettini, le ho lasciate macerare in una grande ciotola con il succo di ½ limone e un paio di cucchiai di zucchero. Nel frattempo ho preso una pentola e ho fatto uno sciroppo con lo zucchero e l’acqua (12 cl sono circa 12 cucchiai), e ho aggiunto lo zenzero sbucciato e grattugiato. Dopo qualche minuto ho messo le pentole e ho lasciato cuocere a fuoco medio per 40 minuti, poi ho frullato con il mixer perché non mi piacevano i pezzettoni. Dopo la “prova piattino”, che consiste nel versare su un piattino un cucchiaino di confettura e inclinarlo per verificare la consistenza*, ho invasettato nei vasetti sterilizzati**. Ho chiuso per bene, capovolto e messo a testa in giù i vasetti per tutta la notte.

p.s. Con le dosi di frutta indicate occorrono circa 7/8 vasetti ad anforetta, come quelli della foto.

*Consistenza: se la confettura scivola lentamente è pronta, mentre se rimane immobile l’avete cotta un po’ troppo.

**Sterilizzare: i miei vasetti (completi di coperchio) li acquisto tutti da Gesuino, l’emporio all’ombra del cupolone di Materdomini. Dopo averli lavati accuratamente li sistemo in una pentola e li proteggo con degli strofinacci, poi verso l’acqua fredda sino a coprire il bordo e porto ad ebollizione, poi abbasso il fuoco per altri 30 minuti e circa 10 minuti prima di spegnere, tuffo anche i coperchi. Estraggo tutto con una pinza e lascio asciugare su un canovaccio asciutto.