Postoriello

Ogni tanto mi capita di pensare a qualcosa e mi piace così tanto che mi dico che la scriverò sul bloggo, e poi me ne dimentico. Come quando quello che vuoi dire ce l’hai sulla punta della lingua, ma non te lo ricordi e allora sai che non era così tanto importante e che prima o poi verrà fuori. Solo che i blogghi hanno dei tempi, anche il mio. A volte penso che dovrei andare in giro con il registratore, come il tipo matto seduto nel bar di Amélie. Ché le penne e le matite non sono più i miei strumenti da tempo, o forse non lo sono mai stati. Perlomeno non quanto la tastiera. E’ quando mi trovo davanti al monitor che mi prudono le dita. Spesso perché non voglio proprio mettermi a sistemare i soliti conti che non tornano e le cartelle piene di file senzanome numerati che esiste già un file senzanome. Quando passo accanto ai cartelli “chiuso per ferie” mi prende sempre il magone. Penso a quelle mezze giornate delle due settimane centrali d’Agosto che non erano ferie. Però su questa storia non ho altro da aggiungere. Mi piace ricordar(mi) le cose che ho imparato in questi sette lunghi mesi. Anche se non ci si deve mai guardare indietro. Però ho imparato che ci si può improvvisare articolisti web, che si possono dare ripetizioni, che i pezzi di stoffa possono vivere tante vite, che una giornata può contenerne almeno tre, e che il “ciciarampa” alla fine del tunnel lo affronti sempre da sola. Il “ciciarampa” è tante paure tutte insieme, dalle più piccole come l’aracnofobia, a quelle più grandi stile “cosa mi aspetto dal domani?”, passando per quelle intermedie tipo gli attacchi di panico alla guida di una macchina che non ha il cambio automatico. Il problema è che sto cazz’ di ciciarampa non l’ho mica sconfitto, che Alice nel paese delle meraviglie è bionda, mica bruna come me. Anche se uso lo shampoo alla camomilla. Comunque alla fine il postoriello che volevo scrivere non era questo. Sarà colpa del mercoledì nero degli effeventiquattro che mette tantamarezza? In ogni caso ho un postoriello pronterrimo, ora però forza e coraggio, mi aspettano le solite due ore di ripetizioni di scienze. Io che ancora sogno che la Blasi e Toscano mi devono interrogare, e devo ripetere il quinto anno nonostante abbia già fatto la maturità.

Obiettiva-mente

- Dimagrire per mettere i vestitini rasopanza di Bershka.

(Mò lo scrivo un postoriello mò. Il tempo di capire se “obiettiva” l’ho scritto bene o se ci andava un’altra b.)

 

Polignammo

La prima cosa eclatante che ha fatto questotizio è stata quella di rapirmi per un giorno intero. E prendetevela con me se piove st’estate, e non con Gigi D’Alessio e le sue previsioni nevose per le domeniche d’Agosto, ché il mio giorno intero fuori è solo la domenica al mare a Punta Prosciutto se sono fortunata e non ho il ciclo. Staccare è stato davvero difficile. Quando non ci sono succedono tutte le disgrazie di ‘sto pianeta e pure di quello simile a questo che hanno scoperto da qualche parte. Non ero mai stata a Polignano. E nello “slow” day ci siamo andati. Che poi volevo fotografare la scalinata bianca con la poesia, guardarla il giorno dopo e dir(mi): «Celo fatta!». E così è stato. Polignano è magicissima e gli occhi ti diventano mare quando t’affacci dalle terrazze. Poi ci sono gli immancabili bambini cagacazzi a cui vorresti dare un pugno in testa sperando di colpire il punto giusto per spegnerli, dettaglio fondamentale per non diabetizzarsi irreparabilmente, infatti su questa storia non c’è altro da aggiungere. Che poi questotizio manco lo sa che in una sola furora è riuscito a cancellare almeno un mese dell’ultimo anno e mezzo circamenoquasi. Ho pure ritrovato la mia moltezza. Quella capacità di meravigliarmi per le cose nuove, e di vedere le stesse viste e riviste come fosse la prima volta. Di trattenere il fiato nelle giornate troppo sciroccate, non solo meteorologicamente. Sorridere con gli occhi e con la testa, contemporaneamente, un po’ come quei giochi di ritmo dei bambini con battimani e muovipiedi. Paura di risvegliarmi? Un po’ celo. Però prendo quello che viene giorno per giorno, con qualche piccola perdita di equilibrio. Se mi sveglierò sarà stato almeno un bel sogno. Semplice. Nemmeno complicato e astruso come l’ultimo in cui salivo una scaledda con la Fiesta di guerra. Leggero. «Senza macigni sul cuore!» (cit.)

I fuochi non erano più belli l’anno scorso

Perdo post. Recuperiamo. Vogliamo parlare dell’evento dell’anno, e cioè della Festa di Luglio? Sì vabbè, il solito cantante morto sprecato, le luci che erano di meno, il coglione al centro sul Tagadà con la canottiera che ormai c’avrà settantanni e gli possono fare la pubblicità come a Mastro Lindo che poverino da piccolo invece di giocare col camper delle Micro Machines gli toccava lucidare i vetri e i pavimenti ed era già pelato, le noccioline carammelate calde, il palloncino di Peppa Pig sfuggito dalle manozzine di qualche bambino che quando ti fermi al semaforo ti guarda come quelli che ti chiedono l’autostop, la Matonna che passeggia e che non ho incontrato tipo i parenti del nord o della Germania che stanno qua e se li incontri cambi strada cu no li saluti, le veste nuove e il tacco abbinato, i passeggini senza bambini, la cassarmonica luminosa, la banda, il selfie per la cronaca e i fuochi. I fuochi che non erano più belli l’anno scorso. Erano più belli quest’anno. Tanto che quando alla fine i mesangelesi dietro ai cappuccini hanno battuto le mani come gli altri anni ho capito che li hanno sempre presi per il culo allora i mastri fuocai.

Cose che ho imparato a Luglio

- Che niente è per sempre, soprattutto il femore;
- Che le donne da sole sono forti, ma insieme lo sono ancora di più;
- Che gli eventi negativi si susseguono l’uno dopo l’altro, un po’ come i botti delle feste patronali, sino al bottone, che se è come quello della Matonna di Luglio di quest’anno non fa comunque troppo rumore;
- Che la bicicletta è un ottimo mezzo di spostamento e che continuando a fare la vegetariana della domenica rischi di vedere pois ovunque e non solo sul manubrio;
- Che nel pullman non si viaggia con persone, ma con storie;
- Che alzare la voce non serve a niente, e nemmeno sbattere le porte, rompere i piatti, far volare le sedie, e che l’unica cura è il perdono condito da una buona dose di “sciàfacitivinculusbrigatavalasuli”;
- Che le scarpine che ti piacevano da quando eri piccola e che hai acquistato tutta contenta possono macchiarsi di nero magicamente venendo a contatto con un tappetino di una macchina pur rimanendo seduta ferma e immobile tipo i bambini in punizione sul sediolone;
- Che il repertorio musicale è infinito ma le canzoni di chiesa son sempre quelle che vanno forti;
- Che la felicità può essere davvero un panino, li muddiculi e una bottiglietta d’acqua.

La verità è che gli piaci abbastanza

Mi sono innamorata. Ho iniziato dalla fine. Ho perso le parole. E pure l’appetito. Ora però racconto…
È iniziato tutto con un messaggio su Twitter quando decisi di mettere in pausa facciadilibro. Machiloconoscequestomachevuoledamechecosanesadiquellochestopassandoiociao! Qualche mese dopo sono ritornata social e queltizio un giorno ha pubblicato un brano che mi piaceva, con una frase tristerrima. Ho ricambiato la tweet cortesia con un pollice. E poi abbiamo iniziato a scriverci. Assiduamente. Ma la cosa è scemata subito. Tanto che non c’ho più pensato. Eppoi si è attivato lo strano meccanismo che ti fa scrivere le cose più assurde pur di sentire quella persona che ti interessa. Per capire se le interessi. Dopo delusioni, situazioni imbarazzanti, fraintendimenti, cuore infranto, non lo sai quando è giunto anche per te il terzo atto, sì quello del film “La verità è che non gli piaci abbastanza”. Invece le cose belle arrivano quando ormai hai smesso di aspettarle. Quando ormai sei convinta che tutta la tua esistenza sia una dura sopravvivenza. Stravolta. Sconvolta. Ci siamo incontrati un sacco di volte scambiandoci i saluti di convenienza, siamo stati negli stessi posti e nello stesso momento senza nemmeno immaginarlo. Eravamo impegnati a fare altro. La prima volta che ci siamo (ri)visti io avevo perso le parole. Io. Irriconoscibile. Il giorno dopo le ho scritte, aprendomi a quell’estraneo che mi sembrava di conoscere da sempre. Uhcchebanalità! Eh sì. La seconda volta che ci siamo visti eravamo da soli, e non solo ho perso le parole, ma pure l’appetito. Bocca chiusa. Stomaco chiuso. Ho messo pure la cintura di sicurezza, io che francamente me ne infischio. Abbiamo parlato sino alle tre del mattino. E ha pure aspettato che entrassi dentro casa. Ovviamente ho preso una storta di quelle epocali: Tipregotipregosperochenonmiabbiavista! Invece mi ha vista! E quando ci raccontiamo queste cose ridiamo come scemi. Oddio, io mi sento scema dal mattino alla sera tra cuori, vocine. Che un livello di diabete così non si raggiungeva da anni. Poi se n’è venuto alla Festa di Luglio. E io mica capivo perché questotizio si faceva 30km andata più 30km ritorno e quindi 60km totali. Poteva essere come la storia della macchinetta fotografica! Mi piaceva, ma non mi illudevo perché ero pure convinta che l’ex zito mi avesse lanciato una specie di maledizione per cui sarei rimasta per sempre da sola. Però c’erano alcuni segnali strani. Una canzone. Allora ho provato a farmi avanti con un invito all’ultimo secondo. Ed è venuto. Davvero. Ho perso anche l’ultima puntata della quarta serie dei vampiri quella sera. Ho ritrovato le parole. L’appetito. L’amore. Due settimane. Una storia tipo quelle dei film scemi che piacciono a me. E non devo nemmeno nascondergli il fatto che mi piacciano. O che faccio cose strane tipo cantare Jingle Bells a  Ferragosto. Posso uscire spettinata. Con le vestine. Essere Flavia. Senza quelle costruzioni tipiche delle femmine. Senza strategie. Sono felice. Quando ci diciamo che siamo diversissimi e poi per esempio ci vestiamo con gli stessi colori e assumiamo le stesse posizioni. Quando mi prende e andiamo via. Sono abituata a camminare tra le macerie, anche coi sandaletti. A dover stare attenta a mettere i passi uno dopo l’altro. Lentamente. Per non cadere. A mantenere l’equilibrio. Ora però mi fermo e costruisco. Costruiamo.

La prima volta

C’è una prima volta per tutto, si dice. La prima volta che abbracciai mio padre avevo 29 anni. Quell’abbraccio lo ricorderò per sempre, non perché fosse davvero il primo. Ci siamo stretti e abbiamo iniziato a piangere e a singhiozzare, che ci siamo consolati col silenzio in questi mesi. Chi ha visto una fontana in bicicletta con le ciabatte e la vestina svolazzante sulla provinciale non poteva certo immaginare che correvo ad abbracciare mio padre. E pure al nonno ho telefonato, ché gli avevo fatto una promessa. Ma questa è sempre la guerra, e mica è finita. Però la prima volta che abbracciai mio padre si unirono i nostri sogni di terra, cingoli e grasso. Era il 19 Luglio.

Duri come me

Non scrivevo da quasi un mese, eppoi i lampioncini, i ricordi, quella “paesologia” dentro la testa. Passeggiate come cartoline. Il mare al tramonto, i dorati campi di grano arati a metà, le case appena imbiancate, immacolate, la villa e le chianche di mezzogiorno, la cassarmonica, le strade provinciali asfaltate che puzzano ancora di catramma, una gru che mòcademòcade. Stop. Il riassunto delle puntate precedenti sarà brevissimo: il nonno è caduto, sfumature di bianco, attendere prego. Stop.
Il nonno è caduto? Eh sì, Penelope l’ha preso alla sprovvista, e quello che pesa manco sessanta kappaggì è volato via. Frattura composta al femore. Aperto, sistemato, cucito, già semi-camminante col girello. Io non voglio imparare dal vento, ma da lui. Settantasette anni, la quinta elementare, e una progettualità che manco uno startupper. Usa anche il pc, internette, e il telefono per fare le foto (a Penelope). Eppoi sa fare certe magie con gli attrezzi! Resuscita i motori di camion, pale, escavatori. Il compressore, ultima riparazione incompiuta. E le ruote della bici devo gonfiarle alla IP. Che silenzio. Ogni tanto Penelope s’alza e insegue le lucertole. Poi di nuovo silenzio. E s’attende. Per un paio di settimane però la mia attesa è stata interrotta dalle sfumature di bianco, e su questa storia c’è da dire che ho conosciuto una donna straordinaria. Ché i social non fanno sempre danni. E vorrei avere la tenacia e la forza di Irene, che mai s’arrende. Le ragazze fanno grandi sogni, lei li cuce. Sembravo Alice nel paese delle meraviglie. Io che insieme alle carte ho a che fare pure con maschi bestemmianti e sputacchianti, grasso, taniche di gasolio, terra. Bianco. Bianco. Poi di nuovo attesa. Asfissiante. Come quando butta due gocce e l’aria diventa irrespirabile. «Ma questa è la guerra e combatto, e stringerò i denti finchè ne avrò», canta Levante. E pure io. Lo devo a mio nonno. A mio padre.

Sere d’estate

Io lo so quando ho smesso di amare l’estate, ma questa è una storia vecchia, vecchissima. Come i ricordi di quelle sere d’estate di risate, scherzi, giochi, le sdraio e le sedie di legno alla faccia delle barriere architettoniche, Eros Ramazzotti, i motorini, eccetera eccetera eccetera. Ho sorriso ad un cicciobimbo che voleva imparare ad hula hoppare, ho sorpassato una combriccola di commari che si confrontava sui metodi per sterminare intere colonie di furmiculi, ho incontrato due amiche che si scambiavano i primi segreti innocenti, una signora che faceva un cruciverba con gli occhi chiusi, un’altra ancora mi ha salutata e io dopo aver ricambiato come una fessa mi son chiesta: «Ma la conoscevo?». Quella strada della ridente piena di lampioncini colorati di tutti i tipi, anche il mitico sole che ho sempre adorato e mai comprato, optando per pampini e fiuri o sciapita tinta unita. Immobili. Manco un alito di vento. I capelli caldi come la lana di pecora con cui s’imbottivano i cuscini prima del lattice. E poi lui, l’immancabile cane pomisi che abbaia a tutti i passanti dietro la tenda di legno che interrompe bruscamente quella poesia paesologica.

Una stella cadenteee! No, forse era un fuoco d’artificio. Ma le stelle cadono, i fuochi salgono. Il desiderio! Una parola. Ma tanto i desideri non s’avverano, sei tu che devi lavorare sodo come le uova della torta pasqualina per realizzarli. Te le godi meglio le cose. Giriamola così la frittata. La solitudine di Indipendence Way, con pochi lampioncini. Pure il mio è ancora spento. Se non ci penso io. C’era la vigna, la fabbrica dei pomodori, io me li ricordo. E quando non si poteva più saltare a molla che Cocu si coricava presto pi lu furnu, nonnama ‘taccava cu la storia ti lu Laùru e delle civette che bussavano alle finestre di chi stava per morire per prendersi gli occhi e quando interrompeva il racconto per dirmi: «Flà, stai lu gelatu ‘ntra lu congelatore!», io mancu morta mi avventuravo al buio dentro casa. E se arrivava il Laùro?

Conversazioni penelopine

Penelope: Flà!
Flavia: Che vuoi?
Penelope: Ho sete. Vedi la mia lingua.
Flavia: Hai bevuto prima di uscire.
Penelope: Flà!
Flavia: Che vuoi?
Penelope: Accendimi l’aria condizionata. Ho caldo.
Flavia: Mi vuoi morta?
Penelope: Flà!
Flavia: Che vuoi?
Penelope: Vedi che là c’era un posto libero che ci entrava un autotreno.
Flavia: Tu non sei un cane parlante. Taci.

[...]

Penelope: Oh capelli al vento! Vedi che t’ho vista arrossire quando il Dottorello nuovo t’ha chiesto se aspettavamo da tanto.
Flavia: Ma tu non vedi in bianco e nero?
Penelope: Eppure t’ho vista multicolor.
Flavia: E’ stato bravo almeno?
Penelope: Una puntura mi ha fatto.
Flavia: E la storia dei collari antipulci non era interessante?
Penelope: Senti, ma se ti piace così tanto perché non ci vai tu a fare la puntura al posto mio la prossima volta?
Flavia: Acida.
Penelope: Chissà da chi ho preso.

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