Lazzaretto 4.0

Leggendo leggendo ho scoperto che non sono manco una blogger, perché il vero blogger è quello che crea connessioni. Io ho un blog per mettere in rete i pochi neuroni che mi sono rimasti e sfruttare la connessione wireless per cercare di scrivere almeno il riassunto di come stanno le cose e metterci il punto. Ma quando rileggo capisco quanto la situazione si aggravi col passare dei mesi. Ricordo ancora quando mi dicevano: «Ti piace scrivere? Allora….». Il tutto terminava con una parola che mi piaceva tanto “gratis”, perché le velleità scribacchine non hanno prezzo, se non la gloria! Fortunatamente la misantropia cronica che mi ha colpita all’improvviso non mi porta più a ri-vivere simili situazioni, anzi, il fatto che mi piace scrivere è un punto a mio favore e lo sfrutto all’inverosimile. Mi sono inventata web writer. In una settimana ho divorato decine di link e guide, senza capirci niente. Ovviamente. Perché scrivere un articolo che piaccia a Google è una storia che somiglia molto a quella del punto G. Ho imparato anche a non svendermi, perché vabbene tutto, ma quando ti chiedono articoli originali e unici (specificato col maiuscolo) ovvio che rispondi che se devi rielaborare la scheda di un Cane Corso non puoi scrivere che è di taglia piccola. Poi ci sono quelli che spariscono quando sentono il prezzo che offri, magari la prossima volta ci aggiungo una fragrante fetta di culo pure per accompagnare il succo di frutta. Io non voglio scrivere. Io ce l’ho già un lavoro. Però io non posso decidere niente. Se non aspettare. Resistere. Sperare. Tutte quelle belle parole che sono come i birilli, arriva la palla e… strike! Cadono tutte insieme!

Ieri leggevo che Carmen Consoli inaugura un nuovo lustro il 20 Gennaio 2015. Sono trascorsi cinque anni infatti dalla pubblicazione del suo ultimo disco. Racconta in breve cosa è successo, e che è tutto sul taccuino e sulle corde della sua chitarra. Ok. Questa non è una coincidenza. Però ho pensato che il mio lustro è finito proprio in quella data. Un anno prima. Quello in corso. E su questa storia non c’è niente da dire. Se non che a me manca il primo caffè della giornata. Che non era quello della caffettiera di casa. E che faceva iniziare tutto. A volte mi chiedo: Devo trovare un nuovo inizio?

Ha mai piovuto il primo giorno di scuola?

Ogni tanto mi viene in mente la storia dello zaino Seven azzurro cielo che la plastica dentro si sbriciolò tutta manco fosse quelle sfogliette rettangolari coi rombi che non riesco a ricordare come si chiamano ma per darmi un tono proustiano, facciamo ce sono le mie “madeleine”. Ricordo che di quello zaino c’era pure la versione rossa “Devil”, io scelsi “Angel” (ovviamente!): «Gli angeli sanno volare perché sanno prendersi alla leggera!». La verità è che ho pensato allo zaino perché quest’anno ci sono tante belle “prime” intorno a me, ed io sono così invidiosa. Non so se invidiare Lorenzo per la prima elementare o Francesco e Veronica per la prima superiore. La verità, pure la quinta elementare di quell’altro Lorenzo e la quarta superiore di Stefano non mi dispiacerebbero. Nostalgia canaglia? Un po’. Ma soprattutto nostalgia del profumo dei quadernoni, dei borsellini pieni di colori e cancelleria nuova, che la mamma mi “spezzava le mani” se usavo qualcosa prima del suono della prima campanella. Compro ancora i quadernoni, e sniffo confezioni di colori a matita se non c’è nessuno dei paraggi. Ma l’odore non è lo stesso. Ed è banale sì, ma amaramente vero, che certi ricordi, come quelli della scuola, hanno un profumo che non puoi più sentire. E quello dei grembiuli nuovi? Perfettamente stirati e così duri che rimanevano intatti tipo armature per tutto il giorno. I fiocchetti che mettevamo al collo non avevano un odore particolare. Saranno conservati in qualche scatolone. Ricordo le litigate che facevano le mamme per scegliere il tessuto e la trama! Ho una memoria a breve termine, eppure li ricordo tutti i “primo giorno di scuola”, tranne quello dell’asilo ovviamente. Il primo giorno delle elementari era nuvoloso, ‘na tristezza infinita. Ci siamo seduti per terra, in cerchio e quando è suonata la campanella c’era un sole che spaccava le pietre. Il primo giorno delle medie c’era il sole, e mentre tutti erano figherrimi in jeans e t-shirt io avevo un pantaloncino turchese coi bottoni a cuoricino e una camicia rossa. I banchi erano sistemati a staffa di cavallo e la matematica mi è diventata la mia acerrima nenica. Il primo giorno delle superiori erano già saliti tutti in classe e non sapevo dove andare, ma un’amica mi ha mostrato la strada e siamo pure diventate compagne di banco. Ho guardato fuori dalla finestra ed ho capito che era arrivato il momento di abbandonare per sempre i panni di “Sailor qualcosa” e di dare il via a quella che sarebbe stata “l’era della Smemoranda obesa”. Quel giorno uscimmo alle dodici e dieci, dieci minuti prima delle elementari. C’era il sole. Ora che ci penso: Ha mai piovuto il primo giorno di scuola?

Il motivo nero a pois bianchi

Più tardi, quella sera, mentre cercavo di ricordare le password per accedere ai siti di sondaggi e campioni omaggio, ricordai le parole di quella signora tra gli ottantuno e gli ottantasette anni, non di meno e non di più, che vedendomi salire sulle bicicletta disse: «Signorì! Attenta cu no cati!». Lì per lì non diedi retta alle sue parole, poi quando davanti a me vidi un motivo nero a pois bianchi, capì che voleva solo mettermi in guardia da me stessa sui pedali, la mia faccia doveva essere più bianca delle tovaglie ricamate che pendevano da certi balconi quel giorno della processione del Corpus Domini, che i piedi mi facevano così male ché le scarpe della Prima Comunione erano già strette dopo manco due settimane, e vidi (forse per la prima volta) lo stesso motivo nero a pois bianchi. In poche parole, ‘sta scuppava.

Dieci

Da qualche giorno vanno di moda le catene: i dieci libri, i dieci dischi… A me le catene piacciono a giorni alterni, poi se queste la interrompi non ti può capitare di sbattere il mignolo del piede sinistro contro l’angolo del comodino una mattina che ti devi alzare alle cinque e durante la notte ha fatto così freddo che le dita si sono congelate e non avevi la forza di spostare la coperta. C’è chi è fiero di metterci Volo, chi ci mette tutta la Divina Commedia di Dante. Chi non ha letto e ci mette i dieci titoli della classifica IBS. C’è chi è fiero di metterci Piccolo Lucio, chi ci mette la discografia completa di Lucio Battisti. Chi non sa manco da che parte si inserisce il cd e prende i titoli dalla classifica Itunes. La verità è che tutti questi stati mi hanno fatto tornare in mente le liste che scrivevo più o meno sei anni fa. Che poi ne ho trovate un paio la scorsa settimana su un vecchio quadernetto, e una lista di canzoni da mettere nella “compilation bacchettona” dove c’era pure “Ho bisogno d’amore” di Meneguzzi. Quel Meneguzzi che adesso pare faccia il barista (menomale!). Comunque tra le dieci canzoni che metterei sull’unico cd che potrei portare su un’isola deserta ci ficcherei sicuramente: Troppo bella di Davide De Marinis.

That’s amore – (Tutti pazzi per Clizia)

Ieri mi è arrivato il messaggio di Stefania, una cara amica che mi consigliava di leggere un libro, quando ho aperto il link ho scoperto che si trattava di un ebook. Che fare? Cedere o non cedere? La verità è che in un periodo di magrezza (ahimè non fisica!) il prezzo era davvero invitante e il titolo mi incuriosiva parecchio: “That’s amore”. Non si poteva trattare di un libro sdolcinato. E quindi mi sono lasciata tentare. Che poi anche se non hai un Kindle puoi scaricare l’app sul pc.
“That’s amore” è il primo romanzo di Elisa Formenti, una biologa veronese. Continua a salire in classifica su Amazon.it, sorpassando grandi nomi; in pochissimo tempo si è piazzato tra i 60 ebook più venduti.

Clizia, fresca di Laurea in Biologia, deve rassegnarsi al fatto che nonostante i numerosi sacrifici non può trovare il lavoro dei suoi sogni, e come tante ragazze della sua età punta i piedi per terra e costruisce la sua strada affidandosi alla sua intraprendenza. Cassiera, scrittrice di bigliettini per i biscotti della fortuna, morbido sandwick… lavapiatti in un ristorante di Bologna: Très Bien. E’ proprio qui che, “promossa” come cameriera, incontra un uomo dallo sguardo così magnetico che attira anche il piatto di spaghetti che doveva servire. Ritorna in cucina, ma stavolta come aiuto-cuoco dove mette in pratica gli insegnamenti del padre che era uno chef. Spadellando, Clizia ha un’intuizione: lanciarsi nel business del catering. Decide di licenziarsi e ristruttura il casale in cui vive, allestisce un’ampia cucina, trova una socia, il tutto sotto lo sguardo vigile, ma soprattutto incoraggiante, della madre. L’amore non rientra tra i suoi obiettivi, non accetta distrazioni dal suo progetto, ma un imprevisto piacevole di nome Davide, continua a scombinarle i piani. Alla fine cede, convinta che lui sia davvero l’anima gemella. Tutto sembra filare liscio, ma Clizia vince un concorso e deve trasferirsi a Parigi per affiancare uno degli chef più famosi nel mondo. La distanza mette a dura prova il rapporto con Davide, e non solo, a Parigi Clizia scoprirà altre cose… Stop! Non vi racconto più niente! “That’s amore” mi ricorda molto quei film americani con le donne in carriera, dove c’è sempre il lieto fine, anche se la protagonista tra ironia e tenacia, dovrà fare i conti con il destino e quella fitta trama di coincidenze. C’è “un po’ di Clizia” in ognuno di noi, timida e impacciata, autoironica e con qualche antipatico chiletto di troppo. Un personaggio molto positivo da prendere come esempio per affrontare tutti gli sgambetti che si diverte a farci la vita. Questa storia ovviamente non avrebbe avuto lo stesso effetto senza la penna molto scorrevole e leggera di Elisa Formenti, e spero di leggere altre storie di Clizia visto che ormai mi ci sono affezionata.

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Paura d’amare

Ogni volta che si parla d’amore parte la risata come quella dei telefilm americani: «Amorahahahahaah!». No, non è un post sdolcinato, perché l’amore non è una melodia incantevole come Claire de lune di Debussy.
Amore sono le mani che si cercano dopo un litigio. Il primo, quello nel mezzo, ma mai l’ultimo di una relazione. Tendiamo a mostrarci perfetti, impeccabili, indossiamo il sorriso migliore (oltre che il vestito), una maschera. Ma è al mattino, appena svegli, che si vedono tutti i difetti. E le aspettative vengono deluse. Ecco perché si dovrebbe mostrare sempre la prima faccia del mattino, senza trucco. Perché una persona deve amare prima i tuoi difetti, senza crearsi false aspettative. Già, aspettative, le cause di gran parte dei litigi: «Tu sei altro!». Anche se alla fine della storia l’amore è: t’accetto con riserva.
Lunedì sera mi sono addormentata guardando il finale di “Paura d’amare” con Michelle Pfeiffer e Al Pacino, forse è per questo che ho pensato alla melodia di Debussy prima. In una relazione le paure quali sono? Paura di non respirare più a causa degli spazi che si restringono? Paura di non essere all’altezza? Paura di essere traditi? Paura di rimanere da soli? Paura che l’altro non sia felice? In amore, la paura delle paure è quella di essersi sbagliati e dover ricominciare tutto da capo. Nonostante ci siano sorrisi splendidi splendenti e le giornate diventano magicamente piene di impegni, quando una storia d’amore finisce dentro accade qualcosa che manco “Esplorando il corpo umano” saprebbe spiegare. Anche se qualcuno ha detto che “il futuro è una sintassi non scritta”, la paura d’amare è proprio là che guarda. Come si supera? Beh, se lo sapessi non mi sarebbe mai venuto in mente di scrivere questo post.

Ciompi rimedi per scicchi capelli

Scoprire di essere arrivata in anticipo a cose su cui altri hanno costruito un successo personale e non aver sfruttato quel vantaggio, mi fa capire quanto la paura dei ragni sia collegata al fatto che io stessa sia un ragno, tra le ragnatele. E quindi ho paura di me. Concetto potentissimo (all’Adriana maniera che chissà se insegna ancora!). Comunque sono finalmente arrivata a capire un’altra cosa di vitale importanza ora che ho i capelli lungherrimi: come evitare la piega lisciapiscia e mossizzare la chioma. Ho provato il rimedio per avere onde perfette ideato da Clio per le ciompe. Ecco, più che onde a me sono venuti fuori boccoli e m’è rimasto il cerchio alla testa causato dalla fascia, ma il risultato non era male. Poi ho portano dietro quelle ciocche “madonna” appiccicate sulla fronte e le ho raccolte con un fermaglio a scatto. Sembravo una uscita dai fotoromanzi di Grandotello. Molto scicchi.

#pensando (un titolo con l’asctac)

#pensando al bloggo (uhcchennoiaflavièquandomettistincipit!) ho notato che scrivo di più quando: a) sono triste; b) sono felice. Siccome in questo periodo non sono né triste, né felice c’è l’opzione c). Ovvero: non c)’ho un cazz da fare! Che poi non è veramente vero, ma questa è un’altra storia.

#pensando a me (cheseiflaviacentricatantopureprimastaviparlandodite) ho notato che sono dimagrita ma la bilancia non è scesa, e forse è una questione di tramontana che lu cori ti sana e la cerniera ti ‘nchiana, ché il pantalone non può cedere in una settimana.

#pensando alle piazze, a me piacciono vuote. Col sole a mezzogiorno (a piernu) e la vita che scorre dentro anche se non c’è nemmeno la balla di fieno e/o piloccia che rotola. Desolata. Deserta. Senza filtri. Immobile. Impassibile. Eppure t’abbraccia. E non parlo solo di Piazza Orsini alias il salotto buono di Mesangeles. No. Tutte le piazze sono così. Anche le più brutte e dimenticate dai barocchini.

#pensando alle rane spiaccicate sull’asfalto invece mi viene in mente il film Magnolia. Chè stamattina ne ho contate almeno 75, secondo Wikipedia possono piovere rane e io mica mi fido di quello lassù che si diverte a lanciare gavettoni all’improvviso. Inizio a temere seriamente la stagione invernale, in bicicletta. Ma non potrebbe passare un vucumprà che dice: “miraccolinivuei?”.

E poi di cose ne sto pensando altre, tipo che devo capire cose di estrema importanza come essere una capra ma personificare il capro espiatorio di tutti i problemi del mondo anche della febbre del sabato sera, oppure come open la mente e valutare se le cose che si presentano siano opportunità concrete e fattibili o solo un tentativo estremo di risollevarsi dal bagnasciuga della vita dandosi anima&core all’ippica e/o alle corse di cani treddì la domenica pomeriggio quando non ci sono le partite.

Fermenti – di Merdiani Perduti

Settembre. L’intenso profumo di uva matura. Grappoloni bianchi e neri mangiucchiati dai passerotti o massacrati dai chicchi di grandine, sgraditi ospiti inattesi. Camion ricoperti con grandi teli di plastica in processione verso le cantine. Moscerini. I primi fermenti del mosto che diventa vino e viene imbottigliato. Magia! Nei racconti dei nostri nonni. Questa mattina passando accanto alla cantina di Mesagne ho visto il primo trattore sulla pesa, ed ho ripensato alla magia dei “Fermenti” di ieri sera, il musicospettacolo fermentato da Sara Bevilacqua con i suoi Meridiani Perduti.


Metti una sera col tempo incerto, una che fa freschetto e pure con la giacchetta sulle spalle diventi un polaretto appena ti siedi sulla mitica sedia bianca di plastica. E quindi metti l’Auditorium del Castello e un pubblico di tutte le età che si chiede chi spunterà dall’enorme bottiglia di spumante. Poi metti pure una tastiera, un contrabbasso, una chitarra e un violino, maneggiati “senza cura” da quattro volti scarabocchiati col cerone e il rossetto ad aprire le danze, e…. Fermenti!
La bottiglia (Sara Bevilacqua) prende vita e si lamenta col tappo (Antonio Guadalupi), una bizzarra crisi di coppia che scoppierà a mezzanotte. E mentre dalle parte di “The Valley Road Orchestra” (Daniele Guarini – voce, chitarra; Isabella Benone – voce, violino; Alessandro Muscillo – voce, contrabasso; Federico Pische – voce, pianoforte) si suona e si canta dall’alba al tramonto e pure di notte, ecco che irrompe sulla scena, ormai trasformata in piazza, una veracissima donna napoletana (Ludovica De Rosa) che racconta del marito e del suo rapporto col vino, e ancora un presuntuoso chicco d’uva barese (Federico Pische) che tenta di convincerci che diventerà spumante prendendosi gioco di un chicco d’uva bruttissimo e bicolor, ma dovrà vedersela con una coccinella e con un merlo. In silenzio arriva anche un pericoloso killer che si aggira tra le bottiglie il Cavatappi (con la C maiuscola perché lui è il killer di tappi per eccellenza, anche se alla fine…). Per fermentare in bellezza non potevano certo mancare le nozze di Cana dal Grammelot del maestro Dario Fo al salentino di Sara Bevilacqua… Tutto questo è il meraviglioso mondo di Fermenti! Una grande festa dove ci sono anche le danze e la grazia delle dee Valentina Guadalupi e Francesca Fragnelli.
La sbronza di risate è assicurata!

N.b. Nei ringraziamenti finali Sara Bevilacqua ha raccontato che fa questo “lavoro” da undici anni. La grande bellezza e infinitezza della “cultura”.

Convinzioni

Costruire qualcosa è difficile, soprattutto quando life isn’t now e tutto intorno a te non c’è l’atmosfera della Vodafone (battuta a cui non ride manco l’uomo primitivo sgangato e manco io!). E’ difficile, e fai fatica. A fidarti, a credere. Come la falsa piega alla camicia, stiri, ri-stiri, e rimane. Ecco le convinzioni sono un po’ come quelle false pieghe. E ora vai con la citazione Flavié:

«Ma alla fine della giornata il fatto di stare vicini l’uno all’altro malgrado le nostre differenze e malgrado le nostre convinzioni è una ragione sufficiente per continuare a credere». (Miranda Bailey – Grey’s Anatomy)

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